Mambo
8 Ottobre Ott 2012 0816 08 ottobre 2012

Pd alla fine di una storia: nel loro scontro Bersani e Renzi sembrano Gorbaciov e Eltsin

La battaglia per le primarie è partita con grande fanfara o frastuono, che dir si voglia. Il Pd ha fatto appena a tempo a congratularsi con se stesso per essersi dimostrato democratico nell’assemblea dell’Ergife (ma non doveva essere cosa scontata?) che ha dovuto fare i conti con l’accendersi delle prime fiamme. Fiamme previste, in cui i candidati, i tre principali almeno, se le danno di santa ragione, chi con minore, chi con maggiore accanimento. Cerchiamo di capre quel che sta avvenendo.

In primo luogo c’è il fenomeno Renzi. È lui l’uomo sorprendente. La sua irruzione sulla scena ha cambiato il corso tranquillo delle cose che avrebbe visto altrimenti lo scontro blando fra il riformista Bersani e il non più radicale Vendola. Roba da Tavor a gogò. Renzi sta facendo un tour per l’Italia che raccoglie folle inaspettate. Anche sabato in Puglia, terra di dalemismo d’antan, in poche ore ha parlato in quattro capoluoghi raccogliendo un po’ di nomenklatura meridionale in cerca di scialuppa di salvataggio ma soprattutto tanta gente lontana dalla politica.

Il suo numero più riuscito è quello sulla rottamazione. Lui fa i nomi e i cognomi di chi non vuole più in parlamento e la gente applaude fragorosamente. Il primo dato che emerge quindi è il formarsi di un’opinione pubblica di sinistra, non sappiamo ancora quanto maggioritaria, che considera necessario l’accantonamento di vecchie leadership. Questo dato cambia molto nello scontro politico. In pratica diverrà il tema assorbente distruggendo antiche certezze e carriere considerate sicure. Nichi Vendola ha cercato ieri di neutralizzate questa fatwa, che riguarda anche lui, introducendo il discrimine destra–sinistra che consegnerebbe Renzi a quella zona di confine in cui non si capisce bene quali sono le tue bandiere e quali quelle che ti sei fatto prestare dal tuo sconfitto avversario.

Nichi descrive un Renzi inguaribilmente di destra, liberista oltre ogni tempo e ragione, la cui vittoria annichilirebbe la sinistra. Bersani invece naviga al centro di questo scontro con la sorprendente pretesa, che atterrirà i suoi critici più viscerali, di offrire, lui che è stato descritto come senza immagine, il suo volto tranquillo e la sua parlata casalinga per rassicurare chi teme la sinistra e la sinistra che teme il proprio disordine. Le primarie saranno questo. Tutti diranno che bisogna mettere al centro il paese ma, come è naturale in ogni battaglia in cui la posta in gioco è la leadership, ciascuno penserà solo a come migliorare se stesso di fronte a elettori che probabilmente saranno numerosi.

In questo senso il Pd confermerà la sua singolarità politica di partito senza bussola, di corpo infragilito dalle divisioni che resta tuttavia unico a sopravvivere e a dar possibilità di partecipazione in un’epoca in cui tutte le altre narrazioni (non è vero Nichi?) si rivelano scadute e noiosamente accantonate.

Insisto nel paragonare Bersani a Gorbaciov, come ho fatto altre volte, perché vi è in lui la generosa bonomia di un uomo politico che cerca di salvare il salvabile non intendendo quanto di radicale stia emergendo anche per via della propria azione. In fondo Renzi è un suo prodotto, è figlio di una leadership debole e incerta sul cammino, riformista ma troppo attenta a non turbare equilibri mentre il vento della crisi macinava le prudenze e evocava scenari del tutto nuovi. Renzi è Eltsin, per fortuna che l’Italia non è l’Urss. Il Pd, che a sua volta non è il Pcus, ha di quello il sembiante gonfio e immobile al punto che per rinnovarlo, quello e questo, bisogna immaginarsi di accantonare sia la sua storia sia gli uomini e le donne che hanno fatto quella storia. Non sappiamo chi vincerà.

Il successo di Renzi è meno improbabile di qualche tempo fa. Anche lui deve stare attento, glielo dica chi ha studiato, a non commettere l’errore dal quale metteva in guardia Nenni quando parlava di “piazze piene e urne vuote”. Tuttavia la sua battaglia l’ha già vinta. Forse Bersani sarà, come dicono le cronache, suo alleato perché ha capito che se marcia con la vecchia guardia non ci sarà scampo. Ecco quello che non capisco: è la vecchia guardia che, ai suoi tempi, ha rottamato dirigenti che avevano fondato la repubblica e oggi non sa tener testa a un ragazzino un po’ viziato che vuole spingerli fuori dal campo. Ma la politica e il potere sono come una droga o, per fare un paragone più legale, come un farmaco salvavita, se non ne assumi la giusta quantità non vivi, fino a morirne. 

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