Andrea Cinalli
Serialità ignorata
9 Ottobre Ott 2012 0856 09 ottobre 2012

Diventare giornalista in tempo di recessione

In tantissimi anelano a campare della propria scrittura, inutile rammentare che solo “uno su mille ce la fa”. Specie di questi tempi. Ecco un esempio virtuoso offertoci dalla serialità a stelle e strisce

Trascorrere giornate scandite dal ticchettio delle dita che planano e battono incessantemente sulla tastiera. Restare rapiti di fronte a parole e punteggiatura che si palesano sullo schermo del pc. Inframezzare l'attività di scrittura a incontri e telefonate con gente che – più o meno furtivamente – snocciola notizie o ne dà conferma. Il ritratto classico della professione giornalistica, e pure un tantino ingenuo, nevvero?
Si è difatti scolpita nell'immaginario collettivo la figura del reporter a caccia di scoop e lautamente remunerato. Un vero “cliché” che di certo non collima con la realtà attuale, come lamentano in Rete sterminate orde di cronisti: i giornalisti – in particolare quelli delle piccole testate locali – spendono le giornate reclusi in ufficio buttando giù bozza su bozza; setacciando blog, siti internet e wikipedia alla ricerca di news da riportare pari pari nei propri pezzi, senza prendersi la briga di accertarne la veridicità; il tutto allo scopo di intascare qualche spicciolo a fine giornata e arrivare a racimolare un gruzzoletto risibile a fine mese (300 € se l'editore è un tipo “magnanimo”).
È proprio una paga da fame a fungere da deterrente per migliaia di aspiranti, che di un futuro segnato da stenti “pur di esaudire il proprio sogno” fanno volentieri a meno. Giustamente. E allora, con la crisi che incombe e c'avviluppa tutti, chi saranno quei (folli!) reporter in erba che resterebbero ancora della partita, che non demorderebbero? Sono un esercito di giovani suddivisibili in tre gruppi: i “sognatori” (qui ci si infila pure il sottoscritto), cui hanno indirizzato qualche complimento di troppo, inizialmente “viziati” con compensi elevati, e dunque montatisi la testa; gli “eterni fanciulli”, che del mestiere non sanno una cippa (neppure che viene regolamentato da un relativo ordine professionale!) ma che imperterriti continuano a scrivere aggratis e in un italiano immaginario per testate registrate e blog più o meno popolari, nella speranza (diciamo pure “fantasia”) che un editore dalle saccocce danarose li scorga nella fitta giungla di aspiranti; e i “figli di papà”, che certo non hanno motivo di mollare, pazientando per un passaggio di testimone, con la poltroncina in redazione tenuta in caldo.

Riallacciandomi ai temi televisivi del blog, sfugge però a tale schematizzazione un'intrepida segretaria. O meglio, una ex segretaria che è riuscita a coronare il sogno di diventare giornalista: lei non è sognatrice (okay, forse giusto un pizzico), né stralunata, né tantomeno figlia di. È Betty Suarez, protagonista della serie “Ugly Betty”, una giovane ispanica dalla condotta irreprensibile e dall'invidiabile carriera universitaria finita in veste di segretaria nella redazione di un patinato magazine di moda. A guardare quella pancetta debordante, il look trasandato e il vistoso apparecchio, si penserebbe a un pesce fuor d'acqua. E a confermare le iniziali impressioni sono le risa di scherno dei colleghi, che ne ignorano consigli e iniziative. Ma Betty non si perde d'animo: si rimbocca le maniche e le tenta tutte per spiccare e aprirsi un varco nel luccicante mondo della moda. Coltiva i suoi contatti, tenendosi costantemente aggiornata, matura un gusto per il vestiario che latitava agli esordi, affina la capacità di scrittura, adattandosi alla cronaca rosa. E consegue così l'agognato ruolo di redattrice, preservando passione e amore per il lavoro. Un modello da imitare per i tanti apprendisti che, appena c'è da sgobbare, gettano la spugna, trincerandosi con la scusa della crisi che “tanto vanifica ogni sforzo”.
Okay, quella americana, e soprattutto se in ambito seriale, sarà tutt'altra storia, e si potrà anche obiettare che negli USA non esiste ordine professionale presso il quale iscriversi per praticare la professione, ma Ugly Betty una lezioncina ce la impartisce comunque: l'accoppiata perseveranza/sacrifici si rivela vincente. Sempre, qualunque siano gli ostacoli che ostruiscano il percorso. Una lezione che mai come di questi tempi abbiamo il dovere di tenere a mente.

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