A mente fredda
9 Ottobre Ott 2012 0912 09 ottobre 2012

Questo non è un articolo, ma il post di un blog. E non è una questione da nulla

"Nell'articolo di Adrea Mariuzzo...", "In questo brutto articolo, Andrea Mariuzzo...", "Come è scritto nell'editoriale [???] di Mariuzzo per Linkiesta..." "Complimenti per l'articolo...." "E lei sarebbe un giornalista?": e potrei continuare, raccogliendo espressioni simili nei commenti in pagina o su Facebook ad alcuni dei pezzi che scrivo qui ormai da oltre sei mesi. Insomma, più si va avanti più mi accorgo quanto sia difficile per i lettori di quello che scrivo comprendere che i miei non sono articoli, né tantomeno "inchieste", e ch soprattutto, come anche si dovrebbe evincere dal mio sintetico profilo biografico in pagina, io non sono un giornalista.

Ho cercato di ripeterlo tante volte, ma non sembra che la cosa interessi molto: anzi, alcuni lettori mi hanno risposto giustificando il loro fraintendimento. Questo è un giornale on line, la mia è una pagina sul sito de LInkiesta, ha un titolo in bella evidenza (evidentemente la parola "Blog" che compare ad ogni pagina, grande il triplo del titolo, è ininfluente), quindi è un articolo, poi le altre sono distinzioni di lana caprina.

E invece no, non si tratta di cosa così irrilevante. Come ho già fatto chiarendo quali scivoloni rischia chi commenta senza leggere, ora credo sia opportuno definire perché è importante sapere cosa si legge, quando si legge.

Non mi interessa tanto soffermarmi sulla diversa natura professionale e giuridica dei vari prodotti di informazione. Certamente, è vero: in Italia essere "giornalisti" è cosa inequivoca, visto che la professione è chiusa e recintata da un ordine, e io, non facendone parte né avendo mai nemmeno pensato di entrarvi, mi vedo precluse alcune possibilità operative sul piano non tanto formale quanto sostanziale. Da un lato, non ho mai acquisito le capacità professionali per raccogliere nei posti giusti, dalle voci giuste, i dati e le affermazioni necessarie a "produrre" una notizia e articolarne l'esposizione in modo fondato e convincente, quindi probabilmente non ne sarei in grado. Dall'altro, mi sarebbe difficile, forse impossibile, lavorare a tempo pieno alla produzione di contributi per l'informazione, come invece sarebbe necessario per dare alla luce contributi più solidi e originali di un'opinione informata, una riflessione sull'esistente e sull'attualità che non offre fatti sconosciuti ma interpreta quelli noti, che invece è tipica dei post del mio blog (o quantomeno dei migliori e dei più apprezzati di essi).

Ma tutto questo, ed è quello che mi preme maggiormente evidenziare, illustra come tra i miei pezzi e le inchieste, le analisi, finanche i "lanci" di agenzia, vi sia una differenza in primo luogo funzionale. Chi legge un mio post deve sapere quel che può trovarci, e non venire a cercare quello che, invece, altri prodotti possono garantirgli al meglio, perché sono nati per quello. Un giudizio su un prodotto nato da aspettative fallaci rischia di condurre a fraintendimenti gravi; soprattutto una "dieta mediatica" fondata su queste aspettative produrrà inevitabilmente scompensi: se leggo solo blog post pensando che siano articoli di giornale, inghiottirò prevalentemente opinioni pensando di assumere fatti, e finirò per produrre un'immagine della realtà sociale irrimediabilmente distorta, mantenendo però la supponenza di chi si crede informato

Invece sembra sempre di più che queste distinzioni, che risultano naturali quando si ha in mano un giornale di carta, quando si naviga online si perdano irrimediabilmente: tutto si mischia, e chi apre una pagina sostanzialmente smette di farsi domande. L'interattività connaturarata al web fa poi sì che certi problemi emergano attraverso prese di posizioni imbarazzanti. È di qualche giorno fa il post (oggi, a quanto pare, sparito da internet come tutto il blog) Linkiesta fa schifo, pubblicato con un gesto d'impronta quasi futurista proprio su un blog della piattaforma de Linkiesta, in cui si lamentava il fatto che ormai i contenuti del giornale fossero diventati per lo più opinioni privi di riferimenti fattuali e di contesti descrittivi robusti.L'autore, come tanti lettori, probabilmente accede ai contenuti esclusivamente dalla pagina Facebook., dove effettivamente i vari link acquisiscono tutti lo stesso aspetto e lo stesso "peso" visivo. Un o sguardo alla home page avrebbe probabilmente rassicurato sul tentativo della redazione di dare una esposizione più strutturata alle diverse tipologie di contributi, con un ruolo dei post dei blog (per propria natura i pezzi largamente maggioritari dal punto di vista numerico) più defilato rispetto ai prodotti d'informazione "fondamentali". Ma naturalmente nel lancio sui social network il fattore numero si fa sentire, e i post dei blog proliferano irritando chi cerca soprattutto articoli.

Il punto è che la responsabilità di tutto questo è sicuramente, almeno in parte, da attribuire proprio a lettori che a tutta prima esigono prodotti di qualità, approfondimenti, spunti, ma che "al dunque" non si predono nemmeno la briga di chiedersi che cosa stanno leggendo, le ragioni che hanno portato a scrivere un certo testo e il "guadagno" che possono trarre da certe letture. E poi finiscono per giustificarsi anche loro, non meno di un noto professionista del settore, tirando fuori il fatto che "L’informazione al tempo del web è un campo minato, come in guerra", si trova di tutto e non si ha la possibilità di distinguere. Ad essi, come è stato fatto a Leonardo Coen dopo lo sfondone su Hollande, si dovrebbe rispondere che "le regole dell’informazione al tempo del web sono identiche a quelle dell’informazione al tempo della carta", anche per i lettori: chi ne fruisce può farlo al meglio tenendo sempre acceso il cervello, usando lo spirito critico come unica possibile diga nei confronti della cascata di parole che internet ci lancia addosso ogni giorno, e non lamentandosi con altri se, a causa dello scarso uso di queste doti, i risultati della sua esposizione ai mass media non sono quelli che pensava.

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