Nel mirino
10 Ottobre Ott 2012 1349 10 ottobre 2012

Franco Pagetti: racconti di un reporter di guerra

Loy Kolay - Afghanistan, 2009 - Photo by Franco Pagetti

Questo sabato 13 ottobre, nel contesto del 3° Festival Fotografico Italiano di Busto Arsizio, inaugura la mostra monografica che ho curato personalmente Franco Pagetti: witnessing 1998 - 2012.

L'ingresso è libero, Franco ed io saremo li dalle 18.00 la sede della mostra è Palazzo Marliani Cicogna.

Sotto il testo che ho scritto per la mostra, mentre su Vogue.it ho pubblicato oggi la mia intervista video a Franco:

Afghanistan, 1998 - Photo by franco Pagetti

Franco Pagetti è nato a Varese nel 1950. Dopo aver studiato Chimica a Milano lavora nel laboratorio del Prof. Ghini all'Università di Chimica di Milano. Nel 1980 abbandona la chimica per dedicarsi alla fotografia di moda, dapprima come assistente a New York e Parigi, ben presto collabora in prima persona con Vogue Italia, L'Uomo Vogue e altre testate del gruppo Condé Nast.

Repubblica Democratica del Congo, 2009 - Photo by Franco Pagetti

Nel 1988 realizza per L'Europeo il primo reportage fotogiornalistico sulle donne torturate dal regime cileno, continua a scattare anche pubblicità e moda insieme al reportage fino alla svolta definitiva del 1997 per cui si dedica esclusivamente al fotogiornalismo.

Piazza Tahrir al Cairo - Egitto, 2011 - Photo by Franco Pagetti

Da allora Pagetti ha viaggiato incessantemente documentando per i più prestigiosi magazine e quotidiani internazionali quali Time, Newsweek, The New York Times, The New Yorker, Stern, Le Figaro, Paris Match, The Times of London, i conflitti in Afghanistan (1997, 1998, 2001), Kosovo (1999), Timor Est (1999), Kashmir (1998, 2000 e 2001), Palestina (2002), Sierra Leone (2001), Sudan del Sud (1997) e tematiche relative a India, Vaticano, Cambogia, Laos, Indonesia e Arabia Saudita.

Jarkhand, Jharia - India, 2001 - Photo by Franco Pagetti

Una menzione a parte merita il lavoro svolto da Pagetti in Iraq, prevalentemente per Time Magazine, per sei anni dal 2003 fino al dicembre 2008.

Palazzo di Saddam Hussein, Baghdad, Iraq, 2003 - Photo by Franco Pagetti

Pagetti ha avuto l'intuito/istinto, caratteristica propria dei grandi giornalisti, di sentire il concatenarsi degli eventi che avrebbero portato alla guerra ben tre mesi prima che questa accadesse, e mentre la maggior parte dei fotogiornalisti si affollavano in Kuwait, Franco è andato direttamente a Baghdad, già nel gennaio del 2003.

Baghdad - Iraq, 2003 - Photo by Franco Pagetti

Il materiale raccolto da Pagetti in Iraq è quindi fra i più esaustivi sul tema, coprendo gli orrori della guerra, i saccheggi, le battaglie di Falluja e Tal Afar, la transizione, la vita quotidiana degli iracheni, fino alla caotica situazione attuale in cui il paese risulta di fatto diviso in tre sezioni, curdi, sciiti e sunniti, ancora in lotta fra loro.

Baghdad - Iraq, 2008 - Photo by franco Pagetti

Pagetti è dal 2007 membro della VII, agenzia leader per il fotogiornalismo. Il reportage, invitandoci a riflettere, ad analizzare le ragioni con delle domande su ciò che vediamo, è un genere fotografico fra i più nobili e necessari. Sono proprio certe fotografie che con la loro forza di documenti terrificanti e necessari hanno contribuito a creare il nostro senso etico. Immagini che sono come libri da leggere, che vanno ben al di là del descrittivo, in cui è molto evidente il punto di vista del fotografo, ciò che vuole raccontare.

Gaza, 2002 - Photo by Franco Pagetti

Nel momento stesso in cui il fotoreporter inquadra, infatti, sta interpretando, decidendo che storia raccontare a seconda di cosa lasciare dentro e fuori dall'immagine: la fotografia non è mai obiettiva, ma è piuttosto soggettiva.

Meis el Jebel - Libano, 2008 - Photo by Franco Pagetti

Di questo Pagetti è molto consapevole, "La foto di reportage deve essere eticamente corretta, deve essere onesta, ma nel momento in cui decidi di usare un obiettivo 50mm anziché un 28mm tu fai una scelta quindi c'è già un'alterazione della realtà, nel fotogiornalismo non crei la tua storia ma ovviamente dai un punto di vista".

Bin Jawod, Lybia, March 6, 2011 - Photo by Franco Pagetti

E le immagini di Pagetti sono oneste, corrette, trasmettono la sua capacità empatica e l'assenza di pregiudizio, per Franco non esistono esseri umani di serie A e di serie B, non esistono i morti che contano e quelli che contano un po' meno.

Nairobi - Kenya, 1998 - Photo by Franco Pagetti

Lui stesso mi ha raccontato che quando arrivò in Iraq aveva qualche pregiudizio sugli americani, ma dopo aver lavorato a stretto contatto con i militari, si è reso conto che "Nella guerra la violenza non è fatta solo dai fucili, la violenza la subisce anche chi lo imbraccia il fucile".

Campo profughi di Jelousay, Peshawar, Pakistan, 2001 - Photo by Franco Pagetti

Pagetti è un uomo che ha avuto l'intelligenza di cambiare idea e abbandonare i suoi preconcetti e questo è evidente nelle sue immagini che raccontano l'umanità tutta, negli sguardi disperati o fieri degli Iracheni come in quelli confusi o autoritari dei giovani militari americani, in quelli persi dei bambini soldato in Sierra Leone e in quelli carichi di aspettative dei giovani protagonisti della primavera araba.

Shan State Army camp - Myanmar, 2001 - Photo by Franco Pagetti

Per arrivare alla selezione di fotografie in mostra al Festival di Busto, con Franco abbiamo guardato tutti i suoi archivi. Il primo giorno di lavoro ero stordita, continuavo a chiedermi come si possa assistere a tanta violenza, privazioni, morte e mantenere un equilibrio emotivo, e se vi sia un limite all'orrore fotografabile.

Freetown - Sierra Leone, 2000 - Photo by Franco Pagetti

La risposta di Franco è stata che "C'è più bene che male intorno a queste situazioni perché sei più ricettivo del bene che c'è intorno a te, quello che ti succede intorno cerchi di rimandarlo, di posticiparlo, e ti fai aggredire la sera quando sei solo; riguardo al limite, ci deve sempre essere il rispetto, in Iraq sono stato due anni prima di fotografare un ferito, in ogni paese che visiti sei un ospite, devi conoscerne la cultura, devi rispettarla".

Mogadiscio - Somalia, 2008 - Photo by Franco Pagetti

Ricordo una frase che scrisse Margaret Bourke-White di fronte ai cadaveri di Buchenwald: "Registrare adesso, riflettere poi: la Storia giudicherà". Nelle immagini di Pagetti il rispetto per il dolore degli altri è sempre presente, non c'è mai l'impressione di turismo nelle tragedie altrui, né di voyeurismo, ma di grande volontà e capacità di comprendere appieno lo stato d'animo altrui.

Ajdabya - Libia, 2011 - Photo by Franco Pagetti

"Nel dicembre del 2004 eravamo in pattuglia in un quartiere di Baghdad, il militare vicino a me è stato colpito, io mi sono sentito bagnato in faccia, era sangue ma non sentivo dolore, non era il mio sangue". Quel ragazzo è morto e come lui Franco ha assistito alla morte di tantissime persone, che porta dentro di sé e che dice "spero che mi aiutino ad essere una persona migliore".

Repubblica Democratica del Congo, 2009 - Photo by Franco Pagetti

Gli aneddoti che Pagetti può raccontare sono infiniti, mi ha colpito il suo desiderio di portare il discorso sulla normalità anche rispetto alle situazioni estreme che ha vissuto, un tentativo continuo di sdrammatizzare, l'etichetta dell'eroe fotografo non gli si addice, eppure Franco è un soldato, il suo coraggio è celebre.

Baqubah - Iraq, 2007 - Photo by Franco Pagetti

Pagetti è entrato nei più pericolosi quartieri di Baghdad, come Sadr City, quando era proibito agli stranieri, fotografando gli iracheni nelle loro case, nelle loro scuole e uffici, nei loro negozi e moschee, eppure lui preferisce raccontare di come fosse il cambusiere della casa del Time Magazine di Baghdad e cucinasse la pasta con il pomodoro con la pancetta "avendo cura di non stressarla", per i colleghi che poi erano tutti i grandi nomi del giornalismo internazionale: Yuri Kozyrev, Alexandra Boulat, James Nachtwey, George Packer.

Gaza, 2002 - Photo by Franco Pagetti

Le immagini che fanno grande il reportage sono in realtà metafore di situazioni molto complesse, ed è questa poi la nobiltà dell'immagine fissa di andare oltre la rappresentazione di un momento specifico rimandando a contenuti più grandi e universali.

Nairobi - Kenya, 1998 - Photo by Franco Pagetti

Ci sono foto che sono scolpite nella nostra memoria collettiva. Quelle dello sbarco in Normandia di Robert Capa, i cadaveri di Buchenwald di Margaret Bourke-White, le foto a colori della guerra in Vietnam di Larry Burrows, la piccola vietnamita Kim Phúc in fuga da un bombardamento al napalm nel suo villaggio di Nick Út, il Viet Cong freddato da un colpo di pistola di Eddie Adams, i corpi che si lanciano nel vuoto dalle torri gemelle dopo l'attentato dell'11 Settembre.

Freetown - Sierra Leone, 2000 - Photo by Franco Pagetti

È lunghissimo l'elenco di bravissimi fotoreporter che con il loro coraggio e spesso a costo della vita ci hanno mostrato, raccontato, e denunciato gli orrori del mondo fornendoci gli strumenti per cercare di capire, fra questi sicuramente anche Franco Pagetti.


Muqdadiyah - Iraq, 2007 - Photo by Franco Pagetti

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ENGLISH

The monographic exhibition that I personally curated, "Franco Pagetti: witnessing 1998 - 2012", will open on October 13th at the 3rd Italian Photographic Festival of Busto Arsizio.

Franco Pagetti was born in Varese in 1950. He studied Chemistry in Milan, and later started to work in the laboratory of Professor Ghini, at University of Milan's Chemistry department.

In 1980 he abandoned the idea of a career in chemistry to dedicate himself to fashion photography, working initially as an assistant photographer in New York and in Paris, and later worked on his own with the Condé Nast Group, mainly with Vogue Italia and L'Uomo Vogue.

He shot his first photo-journalistic reportage for L'Europeo magazine in 1988, a work on women tortured by the Chilean dictatorship; he kept on shooting for fashion and advertisement while working also on reportages until 1997, when he finally decided to devote himself to photojournalism exclusively.

Since then, Pagetti started traveling non-stop, documenting the conflicts in Afghanistan (1997, 1998, 2001), Kosovo (1999), East Timor (1999), Kashmir (1998, 2000 and 2001), Palestine (2002), Sierra Leone (2001), South Sudan (1997) for the most prestigious international magazines and newspapers, such as Time, Newsweek, The New York Times, The New Yorker, Stern, Le Figaro, Paris Match and The Times of London, dealing with subjects relating to India, Vatican City, Cambodia, Laos, Indonesia and Saudi Arabia.

The work that Pagetti has made in Iraq for six years, from 2003 until December 2008, was mostly done for the Time Magazine and certainly deserves a special mention.

Pagetti, as all great journalists, had the intuition/instinct to sense that the chain of events he was witnessing would lead, three months later, to the outbreak of the war; so while most journalists were converging in Kuwait, he was already in Baghdad in January 2003.

Pagetti's material on Iraq is thus one of the most comprehensive on this subject, since it includes everything from the horrors of the war to the pillages, the conflict in Falluja and Tal Afar, the transitional period and the daily life of the Iraqi people up to the present chaotic situation, where the country is divided in three factions - the Kurds, the Shiites and the Sunnis - that are still fighting against one another.

Since 2007 Franco Pagetti is a member of the VII, a leading agency for photo-journalism.

The reportage is one of the most essential and noble photographic genres, because it invites us to think and to ask ourselves questions on what we see.

Some pictures, thanks to their status as necessary and powerful documents, unquestionably contributed in shaping our ethical sense.

These images are like a book to be read: since they show very clearly the photographer's point of view, the story that he wants to be told, they have a narrative that goes way beyond a mere descriptive level.

As a matter of fact, when the photo reporter frames a scene he is already interpreting it, and by deciding what to include and what to leave out of the picture he determines which story he wants to tell: photography is subjective rather than objective.

This is something Pagetti is very aware of: "the reportage photos must be ethical and honest, but at the very moment you decide to use a 50mm instead of a 28mm lens, you make a choice, therefore you are already altering reality; in photo-journalism you do not invent your own story from scratch, but you are bound to show your personal point of view."

Images by Pagetti are indeed honest and correct and they convey his empathy and lack of prejudice; according to Franco, there are no first and second-rate human beings, nor deaths that are more important than others.

Franco himself told me that upon his arrival in Iraq he used to have some prejudices against Americans, but after having worked closely with them he realized that "in wartime violence is not only made by rifles: violence is suffered by the people who use the rifles as well."

Pagetti is a man that had the intelligence of changing his mind, leaving all of his prejudices aside. And this is perfectly displayed in his images, which talk about all of mankind, from the desperate or proud gazes of Iraqi people to the confused or authoritarian look of the young American soldiers, from the lost gazes of child soldiers in Sierra Leone up to the looks full of expectations of the young protagonists of the Arab Spring.

Franco and I went through all of his archives to get to the selection made for the Festival in Busto. The first day I was devastated: I kept on asking myself how was it possible to witness such violence, privations and death while keeping your emotional balance intact, and if there was a limit on the horror that should be photographed.

Franco has answered me: “There is more good than evil around these situations, because you are more responsive to the good things that surround you, and you try to delay, to postpone what is happening around you, you allow yourself to be addressed by it only at night, when you are alone; about the limit: there always must be respect; I have been in Iraq for two years before I took a picture of an injured person; in every country you go, you are a guest, you must get to know its culture, and you must respect it”.

I remember a statement written by Margaret Bourke-White in front of Buchenwald's corpses: “Record now, reflect on it later: History will judge”.

Inside Pagetti images you can always find the respect for the other people’s sorrow, you never have the impression he is making some kind of tourism in other people’s tragedies, nor you will find voyeurism, not even a hint; on the contrary, there is the great desire and ability to fully understand other people’s state of mind.

“In December 2004, we were on patrol in a neighborhood of Baghdad, and the soldier next to me has been shot; my face got wet and it was blood, but I didn’t feel any pain: it was not my blood”. That boy has died, and Franco has witnessed many other deaths, deaths of people that he brings inside his heart. He says about this: “I hope they will help me becoming a better person”.

Pagetti could tell an endless number of similar anecdotes, but what stroke me is his will to talk about normality instead, even when confronted with situations as extreme as the one he went through. It is a continuous attempt at downplaying, because, although Franco is a soldier, and his courage is renowned, the label of the "hero-photographer" is not suitable for him.

Pagetti managed to gain access to the most dangerous neighborhoods of Baghdad - like Sadr City - when they were off limits to/restricted for foreign people, and he took pictures of the Iraqi people in their homes, their schools and offices, in their shops and mosques; despite all of this, he would rather tell you about him being the steward of the Time Magazine’s house in Baghdad, about how he cooked the pasta with tomato sauce and bacon -"being careful not to spoil it"- for all of his colleagues, prominent international journalists like Yuri Kozyrev, Alexandra Boulat, James Nachtwey and George Packer.

The base of a truly great reportage are the images, that have to be metaphors for very complicated situations; this is the nobility of the still image: it can go beyond the mere representation of a specific moment and manage to address wider and more universal contents.

There are some photos that are engraved in our collective memory. The Invasion of Normandy by Robert Capa, The corpses in Buchenwald by Margaret Bourke White, then there are the color photos of the war in Vietnam by Larry Burrows, the photo of the little Vietnamese girl Kim Phuc running away from a napalm bombing in her village of Nick Ut, the image by Eddie Adams of the Vietcong killed by a gunshot, and the photos of the people jumping to their deaths from the Twin Towers during the 9/11 attack.


We have a very long list of excellent photo-reporters that, thanks to their courage and often putting their own life at stake, have shown, narrated, and denounced the world's horrors, thus endowing us with the necessary tools to try to understand them; Franco Pagetti certainly is one of them.

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