Vito Kappa
Kahlunnia
11 Ottobre Ott 2012 0906 11 ottobre 2012

Alle italiane piace prendere l’iniziativa... imprenditoriale

I dati parlano chiaro: alle donne italiane piace prendere l'iniziativa. Vuoi perché fare carriera in azienda é difficile; per i divari retributivi; per le difficoltà di accesso al credito; per le incombenze domestiche, quotidiane e famigliari. Fatto sta che le italiane sono, a livello europeo, le regine incontrastate nel campo dell'imprenditoria e del lavoro autonomo (dati Abi-Censis). Le numero uno. "Le donne italiane", secondo Giuseppe Mussari (presidente Abi), "hanno una maggiore propensione ad auto-organizzarsi rispetto a quelle europee", ma "occorre interrompere il circolo per cui sono sempre più numerose nel Paese le giovani donne che non cercano un'occupazione perché non ritengono di trovarla".

Se dunque deteniamo il primato femminile in imprenditoria e lavoro autonomo, abbiamo un grave problema sul fronte "lavoro dipendente". Si considerino due dati: l'occupazione femminile in Italia è inferiore, di 20,0 punti percentuali (!!!), rispetto alla Svezia; il peso della famiglia, nel Bel Paese, grava dal 64% all'84% sulla donna (rapporto Istat 2012 e ricerca Ichino-Alesina per Valore D). Tanto per fare un esempio concreto, una mamma va a prendere il figlio a scuola dalle 6,4 volte su 10, alle 8,4 volte su 10. Lo stesso vale per la spesa o per altre questioni domestiche. Di fatto c'è una disparità famigliare.
Ricapitolando: le donne non sono le prime nell'accesso al mercato del lavoro; hanno un livello di remunerazione più basso e un livello di istruzione più alto; si fanno carico, più degli uomini, degli oneri famigliari.
Il Ministro del Lavoro, Elsa Fornero, intervenuta una decina di giorni fa al convegno ABI "Donne, Banche e Sviluppo", dopo aver dichiarato che un Paese che si occupa del duello tra lei e Belen è "un paese povero", si è concentrata su un punto meramente politico: la mancanza del "sense of future". Secondo Fornero in Italia "manca il senso del futuro". Siamo "un Paese che parla di parità, ma non la realizza". Un Paese che dovrebbe ispirarsi a realtà come quelle israeliana o sudafricana, ma che ancora non lo fa sufficientemente.
Secondo il Direttore Responsabile della Direzione sindacale e del lavoro dell’ABI, Giancarlo Durante, la chiave di volta è "un sistema consolidato di conciliazione dei tempi di vita e lavoro". Su questa linea anche Giovanni Sabatini (direttore generale Abi): "Il tempo che le donne dedicano alla famiglia rappresenta spesso un limite per la loro carriera. Per questo è necessario che quello della cura degli altri non diventi un ricatto sociale".


Il punto allora è: come fare? Da un lato è indispensabile che le aziende colmino il gender gap (divario di genere) sui fronti: carriera, conciliazione vita-lavoro e divari retributivi. Dall'altro è impossibile parlare di parità senza aver alleggerito gli eccessivi oneri femminili. Serve un sistema che anziché prodursi in un utopico sforzo di parità crei le condizioni per valorizzare davvero la differenza.
Come molti sanno l'ideogramma cinese per la parola "crisi" significa anche "opportunità". C'è però una lingua che va oltre ed è l'ebraico. In ebraico "crisi" si dice mashber. Questa parola, peró, non significa solo crisi, ma anche "sedia per il parto". Il mio auspicio è dunque questo: spero che a vedere per prime, la luce della crescita, possano essere coloro che l'hanno sentita di più in grembo, le donne.

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