Giulia Valsecchi
Cineteatrora
11 Ottobre Ott 2012 0817 11 ottobre 2012

La verità dell’attore funambolo è un momento di silenzio vero

Restare all’erta dovrebbe assomigliare a una condizione addirittura precedente alle vite. Non tanto e non proprio per una difesa o diffidenza alla Hobbes, ma per una coscienza di realtà. Il che non significa immergersi nelle acque dell’estetica naturalista, ma riconoscere un principio di verità. Questo il movimento della prassi teatrale, la sua corsa irriverente verso una storia.

La lezione passata e recente di Peter Brook, protagonista del film documentario "The tightrope" – diretto dal figlio Simon, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e proiettato la scorso 7 ottobre presso il Piccolo Teatro Strehler di Milano – chiama in causa una scena che non lascia mai andare la presa del reale e risveglia la capacità reattiva di chi per primo si espone. Quel corpo fragile d’attore cui il maestro, nella sistemazione essenziale di una stanza con tappeti e musicisti d’accompagnamento, chiede di attraversare una fune e provarsi nell’esercizio più arduo: la realtà dell’immaginazione. Solo dalla comprensione del legame tra corpo e immagine si accede, infatti, alla seconda tappa che sviluppa una forza vitale, un’idea di pensiero comune.

Se la fune resiste, i piedi dell’attore tremano o saltano per acrobazia e non sempre è visibile il calco, l’espressione di una sequenza in cui la musica non deve suggerire, ma soltanto assecondare la sperimentazione improvvisando sullo stesso palcoscenico di un silenzio vero e interiore che fa da guida. Le parole di Brook sono in ascolto, non retrocedono alla mortificazione: l’equilibrio tra lo spazio vuoto da riempire con immagini e la percezione di un pubblico attivo confina con lo scarto dal vuoto del silenzio al suono che ne consegue. La fune invisibile è per il funambolo, prima di tutto, un esercizio di sensibilità che nei piedi deve trovare e rendere vita sul confine di un tappeto senza guardare troppo, ma fidandosi della strada non fissata.

C’è allora il momento in cui serve tendere il braccio e predisporsi ad aprire la mano, a rimescolare chiare energie indispensabili per non schiacciare, ma evocare suggestioni una volta superata la tensione degli inizi. “Non serve mimare, ma concentrarsi” ripete il maestro, e da quella clessidra che è il teatro della realtà il tempo scorre inesorabilmente per attori e pubblico. Dalla calma fluiscono le ispirazioni più convincenti e la metafora della fune come abisso senza fine svela storie senza anticiparne il finale. Quel che conta è essere toccati dalla verità, principio guida anche di Ermanno Olmi presente con Brook alla proiezione e tra i fautori della pellicola coprodotta da Brook productions e Cinemaundici.

Se per il candore di Olmi - che racconta del fare e disfare del cinema alle radici di qualsiasi traguardo - "The tightrope" è un “attrezzo di servizio per gente dello spettacolo”, ancora più illuminante quel che segue per voce di Brook: nessuna lezione è di fatto possibile finché la verità resta sconosciuta. “[…] la fune ce la si porta dietro e intacca tutte le azioni della giornata. La nostra ricerca vitale è per l’equilibrio, ma se implica l’essere statici, cadiamo prima di incominciare. Bisogna accettare il rischio e continuare. Bisogna superare un grande malinteso: nel cinema e nel teatro non si lavora per se stessi, perché tutto esiste nella relazione con gli spettatori.”


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