La schiena di Gino
12 Ottobre Ott 2012 0819 12 ottobre 2012

Armstrong: il bandito e il campione

Nell’estate del 1993, durante una tournée italiana, Francesco De Gregori registrò un album dal vivo. Il disco era una raccolta di grandi successi, impreziosita da un inedito in cui il cantautore romano raccontava la leggendaria storia di due amici: Sante Pollastri e Costante Girardengo. Il titolo della ballata – che ogni appassionato di sport e, soprattutto, di ciclismo conosce molto bene – è Il bandito e il campione.

Poche canzoni potrebbero descrivere la vicenda umana, sportiva e giudiziaria di Lance Armstrong. Soprattutto dopo che il Direttore dell’Usada Travis Tygart – nell’annunciare la pubblicazione di un corposo dossier – ha accusato la US Postal di aver costruito «il più sofisticato sistema di doping che sia mai esistito nel mondo dello sport».

Il contenzioso tra l’agenzia antidoping americana e Armstrong si protrae ormai da molti anni, tanto che quest’ultimo ha già dichiarato di voler rinunciare a ulteriori azioni di difesa legale. Molti ex compagni di squadra – Frankie Andreu, Michael Barry, Tom Danielson, Tyler Hamilton, George Hincapie, Floyd Landis, Levi Leipheimer, Stephen Swart, Christian Vande Velde, Jonathan Vaughters e David Zabriskie – hanno testimoniato contro il loro capitano. Alcuni, quelli ancora in attività, grazie alla loro collaborazione durante le indagini dovrebbero cavarsela con alcuni mesi di squalifica. A colpire è soprattutto la dichiarazione di uno dei più fedeli tra gli ex gregari del ciclista texano, George Hincapie: «all’inizio della mia carriera professionistica è diventato subito chiaro per me che, dato l’ampio uso di farmaci da parte della maggior parte dei ciclisti, non mi sarebbe stato possibile competere ai massimi livelli senza ricorrere al doping». Ma, tutto questo che cosa insegna al mondo delle due ruote?

Se le accuse dovessero essere confermate, si dimostrerebbe la perpetua e imbarazzante incapacità dell’Uci nel far fronte al problema del doping. Un problema che, non dobbiamo nasconderlo, è notoriamente diffuso fin dalle categorie giovanili. Pertanto, l’ipocrisia dei benpensanti è non solo fuori tempo, ma anche fuori luogo. Il ciclismo non è una lotta tra il bene e il male. Il ciclismo è ambiguo. E, come molti aspetti della storia umana, si colora di diverse sfumature: è tragico, patetico, ironico.

Alcuni, nel tentativo più o meno cosciente di difenderlo, cercheranno di ridurre il corridore statunitense soltanto alla sua rinascita dopo il cancro. In sostanza, lo ridurranno a un simbolo, dimenticando l’uomo. Un’operazione sentimentale e assai riduttiva. Nelle sette vittorie al Tour de France, infatti, c’è molto di più. Non dobbiamo nascondere che, dopo averlo visto sul gradino più alto del podio a Parigi per la terza o quarta volta, la Gran Boucle ha iniziato a diventare un po’ prevedibile, quasi scontata. Ma, non possiamo dimenticare la rivoluzione tecnica che Armstrong ha introdotto, insegnando a un’intera generazione ad andare in bicicletta.

Fino al momento della ricomparsa del texano sulle strade francesi, infatti, il ciclismo era dominato dal mantra del ‘rapporto lungo’. Quando, prima della malattia, vinse il Mondiale su strada di Oslo 1993, anche Lance ne era un fedele adepto. Nel 1999, invece, tutto cambiò. Armstrong divenne il profeta del ‘rapporto corto’ e del ritmo sfrenato della cadenza (o battuta) di pedalata. L’agilità contro la forza. Ora, tutti i corridori professionisti corrono in questo modo. Alberto Contador, per esempio, ha costruito tutti i suoi – più o meno chiacchierati e opachi – trionfi proprio così.

È stato scritto molto sulla sua malattia, sulle sue imprese in sella alla bicicletta, sulle accuse di doping. Molto se ne scriverà ancora. Come un novello Dottor Jekyll e Mr. Hyde, ma questa volta la penna di Robert Louis Stevenson non c’entra proprio nulla, il ciclista texano sembra incarnare entrambe le dimensioni cantate dall’autore di Rimmel. Il campione. Il bandito. Il campione diventato bandito. Il bandito che si è scoperto campione.

Armstrong è stato sicuramente un campione. Forse, si rivelerà bandito. Ma, non c’è dubbio che, proprio come ha scritto De Gregori, la sua vicenda umana e sportiva è stata «un incrocio di destini in una strana storia».

*Questo articolo è già apparso su www.contropiede.net l'11 ottobre 2012

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