Vita da cani
12 Ottobre Ott 2012 0034 11 ottobre 2012

Negazioni e incipit

Da bambino mi hanno insegnato a non descrivere mai una cosa o una persona dicendo ciò che non è. Se vuoi raccontare un viso o una situazione, di' subito di che cosa si tratta, come si comporta, che cosa la caratterizza e non ciò che non la rappresenta. Crescendo, mi hanno messo di fronte ai "Promessi Sposi", alla famosa litote di Don Abbondio che "non era un cuor di leone". Ma lui poteva farlo, era Manzoni accidenti. Noi no, dobbiamo descrivere le cose per ciò che sono.
A un corso di scrittura creativa, anni dopo, mi dissero anche che un racconto, un romanzo o un testo in genere non possono mai essere concepiti dalla fine. La frase "ho un finale fantastico ma non so come iniziare" va catalogata alla voce "cazzate". Un bravo scrittore traccia su un foglio la sua storia dall'inizio alla fine, e poi lavora faticosamente di cesello fino ad arrivare al prodotto finito. Ho sempre pensato che fosse un'idiozia e che pensare alla scrittura come alla semplice applicazione di regole preesistenti fosse un insulto al genio tormentato di decine di autori che mi hanno fatto restare a bocca aperta dicendo: "Non sarò mai come loro". Perché, mi chiedevo, non si può avere un finale meraviglioso e da lì risalire, a ritroso, fino all'indimenticabile incipit?

Che c'entra questo preambolo con i cani? In effetti, pressoché nulla. La mia riflessione quotidiana è incentrata su di me, che a 29 anni rientro nella categoria dei giovani nonostante nel Medioevo sarei già stato in una fossa e sessant'anni fa sarei stato al fronte già da tempo. Riguarda me perché questa mattina ho provato a fare un esercizio che consiglio a tutti. Provate a descrivervi, a dire ciò che siete, a raccontare a voi stessi la vostra storia attuale.
Ho iniziato partendo da ciò che ho in mano al momento: ho una compagna, due cani, dei genitori a Milano, degli amici fedeli, una casa romana in divenire e una milanese vissuta e accogliente. Fin qui, tutto facile.
Ora l'esercizio diventa più difficile. Contravvenendo alle regole che mi hanno insegnato a scuola, proviamo a dire ciò che non ho: l'esperimento rischia di diventare eterno. Non ho una Ferrari, non ho una copia autografata de "Le Cosmicomiche", non ho il biglietto dell'ultimo concerto dei Nirvana a Milano (è una lunga storia, un giorno la racconterò), non ho mai visto l'Africa. Eterno ed inutile.
Infine, provate a rapportare ciò che avete voi adesso rispetto a ciò che, alla vostra età, avevano i vostri genitori. Gli aspetti positivi saranno quasi interamente incentrati sulla tecnologia: rispetto a mio padre ho l'iphone, il motorino, il gps e via dicendo. Facile, no? E se provassimo con le negazioni? Io l'ho fatto, e mi sono preso paura. Provo a elencare in ordine sparso.

Rispetto a mio padre (mi paragono a lui perché di uguale genere):
- non ho un posto fisso;
- non ho la possibilità di accendere un mutuo;
- non ho la benché minima certezza relativamente al futuro;
- non ho (ed è la cosa più grave) la sicurezza recondita che, al di là delle difficoltà momentanee, avrò un domani migliore di quello toccato ai miei genitori.
Non voglio (un'altra negazione) che questo post si tramuti nell'ennesima panoramica sui giovani che perdono le speranze e sono tanto tristi e poverelli. Però mi preme sottolineare il fatto che qualcuno, un giorno, ha stabilito che il nostro futuro, di noi nati tra gli anni '70 e '80 (quelli nati negli anni '90 sono forse messi ancora peggio ma non ne conosco molti e quindi sospendo il giudizio), dovesse diventare un'incognita non soltanto perché, è ovvio, è la natura intrinseca del domani. Proviamo a vedere che cosa succede se gli leviamo un mercato del lavoro normale, la possibilità di fare dei piani, di costruirsi relazioni stabili e vediamo che succede. Facciamo un esperimento crudele ma che magari un giorno servirà da monito per le generazioni future (molto future): rubiamo loro la speranza.

Il problema non è tanto la crisi, che a forza di sentirne parlare ci è venuta a noia. Se fosse solo quella, io penserei che, in fin dei conti, passata la tempesta staremo meglio di prima. No, è che in Italia è da almeno due decenni che sistematicamente si stanno erodendo tutte le certezze, le tranquillità, i diritti dati per acquisiti. Ci siamo inventati un mercato del lavoro che neanche una banda di scimmie ubriache sarebbe riuscita a partorire. Non mi pesa non avere il contratto a tempo indeterminato, mi pesa non sapere che ne sarà del nostro domani. E questo, se mi permettete, è un crimine di cui un giorno parleranno i libri di storia.

Per dirla con Dagospia: "Amorale della favola", è vero, non si può iniziare una storia dalla fine. E, nel nostro caso, neanche dal centro. Per raccontare quella dei giovani italiani suppergiù trentenni, bisogna iniziare dalla nascita. Il resto è ancora tutto da scrivere. Solo che il cesello che dovremo impiegare rischia di diventare davvero eccessivo. Le negazioni, invece, quelle sì che sono utili. Finché, se le cose andranno avanti così, un giorno la nostra storia dovremo raccontarla iniziando in questo modo: "Non c'era una volta..."

Ciò detto, un pezzo senza "non" e senza fine..
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