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13 Ottobre Ott 2012 1408 13 ottobre 2012

Che noia i ciclisti snob. Piccolo monito ai ciclisti e tutti quelli che stanno pensando di diventarlo

Di Alberto Mucci

Per la bicicletta non è mai andata così bene. Settimana scorsa è stato il ventennio di Critical Mass, la manifestazione nata nel '92 dal (troppo) tempo libero di quattro fricchettoni di San Francisco e che adesso, con centinaia di nuovi adepti ogni anno, si ripropone l'ultimo venerdì di ogni mese in circa trecento città del globo, Roma e Milano, che si chiami "salva ciclisti" o meno, incluse. Tanto da celebrare dunque. E al compleanno del movimento su due ruote più famoso del mondo martedì scorso si sono aggiunti dati che mostrano come ormai in Italia le biciclette vendute hanno superato le macchine. Colpa la crisi, i prezzi della benzina impazziti, la moda d'oltre oceano, poco importa. Così è e sarà per un bel po'. Istituzioni e Ong che hanno fatto della bicicletta un cavallo di battaglia politica ne sono indiretta garanzia (leggi: è un trend su cui è possibile muovere voti e persone).

Non a caso in queste settimane gira sul Web una petizione di Change.org, organizzazione americana di idee propositive appena aperto in Italia, che chiede al sindaco di Roma, Alemanno, possibilità di parcheggiare la bici all'interno dei condomini senza essere soffocati dalle critiche di incallite vecchiette indispettite da qualsiasi cambiamento. E sempre nella capitale è appena terminato "Roma sì Muove", referendum di otto quesiti in cui si chiede anche l'ampliamento della piste ciclabili della città. Vecchia storia sì, e se un seguito ci sarà lo sapremo soltanto tra qualche mese, ma le decine di banchetti volontari e le 50 mila firme raccolte in una città dove la macchina è un perenne status symobol di arroganza e pigrizia sono già una, seppur piccola, conquista. Detto questo, dopo un (giusto) sorriso e uno sguardo compiaciuto allo specchio bisogna frenare gli entusiasmi. Perché per riuscire a sfruttare davvero questo momentum c'è bisogno che i ciclisti si mettano in discussione. Che pensino a quel solco sempre più profondo creatosi negli ultimi anno tra apologeti della bici e critici che invece non ne vogliono sapere. Responsabile di cui è una di quelle strane regole italiane non scritte per cui andare in bici è ormai robba (con due b) di sinistra, territorio indiscusso degli hipster, dei vegani, di chi ascolta buona musica e compra vintage; nessun altro è invitato. Gli altri, quelli che in bici non ci vanno, sono subito classificati "scemi" o "stupidi".

E' diventata la solita noiosissima storia del "noi" contro "loro". Uno stallo che chiude qualsiasi dialogo. Ma non critico e basta, ecco anche un po' di sano mea culpa. Sono, lo ammetto senza remore, un ciclista snob e in parte causa di quell'astio che molte, troppe, persone hanno ormai verso i ciclisti. Non rispetto alcuna regola: passo con il rosso, vado sulle strisce anche se i pedoni attraversano, pedalo contromano senza problemi e mi diverto nei sorpassi azzardati. Peggio: ogni tanto mi impegno a spaventare i passanti accelerando di colpo nella loro direzione. Il problema o la verità - e anche il motivo per cui io, come centinaia di altri, in bicicletta mi comporto così senza riuscire a trattenere un ghigno - è che penso di avere assoluta ragione (leggi: non inquino e sono green) e che quindi ho diritto/dovere di comportarmi come mi pare. Se dico il vero la città è mia. E invece ho torto, torto marcio. Sono diventato uguale a tutti quelli che con un sorrisetto soddisfatto dicono agli amici "non lo so, non l'ho visto. Non guardo mai la televisione perché non ce l'ho". Oppure, peggio, uno di quelli che al supermercato quando la cassiera chiede "busta?", risponde impettito contro una ragazza che fa solo il suo lavoro e non gliene può fregare di meno "no grazie, l'ho portata da casa" (suggerimento:basta un gentile "no, grazie). Il problema è che per quanto la bicicletta, il sacchetto di plastica e il non guardare la televisione siano giuste, anzi giustissime cause, affrontarle così ti fa immediatamente diventare uno stronzo. Ho - abbiamo - fatto del "lifestyle bicicletta" un'ideologia. E l'ideologia finisce soltanto per rompere le palle.

E' il primo passo di un mondo arroccato su se stesso in cui ognuno, scorbutico, si rintana con chi la pensa esattamente come lui. All'inizio pare bello. Cresciamo come gruppo e ci sosteniamo a vicenda contro gli "altri" cattivi che non capiscono. Ma poi l'entusiasmo diventa uno stallo e si finisce col diventare un gruppo ripetitivo e noioso. Non può - e non dive - rimanere così. Sarebbe uno schifo dopo tutto ciò che è stato fatto per le bici e i ciclisti nelle ultime due settimane. Finisco con un consiglio (eh sì, proprio un consiglio): la prossima volta che vi ritrovate a pedalare non pensatevi superiori, sappiate che non state salvando il pianeta, che lo state facendo per voi, per motivi egoistici (probabilmente la macchina vi costa troppo). Anche la viabilità, lo smog e la vivibilità della città non migliorerà perché ogni tanto prendete la bici.

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