Gaetano Farina
Leggere il mondo
15 Ottobre Ott 2012 0720 15 ottobre 2012

L'ideologia del Carnismo

Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche? L’ideologia del “Carnismo”… Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche? Semplicemente per abitudine; prodotto, per alcuni studiosi, di false credenze e gravi contraddizioni. Secondo ecologisti ed animalisti del calibro di Peter Singer, Robert Garner, Susan e Lawrence Finsen, Josh Balk, Michael Pollan, Jeffrey Masson, John Robbins, Eric Schlosser o Melanie Joy, la maggior parte delle persone ha aderito pienamente, ed inconsapevolmente, all’ideologia del “carnismo”, per la quale è ritenuto etico (o scontato) consumare un certo tipo di animali, tanto da opporsi, sostanzialmente, al “vegetarianismo” e al “veganismo”. Questi ultimi, nuovi modelli di comportamento che, a dispetto della dittatura dell’ideologia carnista, si sono diffusi, nell’ultimo decennio, ad ogni latitudine del pianeta. E’ stata principalmente la psicologa sociale Melanie Joy ad analizzare le basi culturali e psicologiche del carnismo e a rappresentarle come ideologia. Tutte le sue ricerche, i suoi risultati e quelli di tutti gli altri maggiori studiosi che la pensano come lei sono stati raccolti ed ordinati in un libro che s’intitola proprio “Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche?”, tradotto qui in Italia dalla casa editrice piemontese Sonda (www.sonda.it). Secondo la Joy, quando mangiare carne non è una necessità per la sopravvivenza, non è una spinta biologica, è, allora, una scelta, e le scelte derivano sempre da ideologie. Poichè il carnismo si fonda sulla violenza, il “sistema” utilizza una serie di meccanismi di difesa, sociali e psicologici, per distorcere la percezione delle persone e bloccare la loro consapevolezza ed empatia quando mangiano carne, permettendo a persone umane, di fatto, di partecipare a pratiche disumane senza rendersi conto di quello che stanno facendo. C’è allora da chiedersi, come fa la Joy nel suo nuovo libro, perché per gli esseri umani alcuni animali sono commestibili ed altri no. Non certo per ragioni “alimentari”, risponde e chiarisce sin dalle prime pagine la Joy, bensì per (radicati) condizionamenti culturali. Noi occidentali non ci sogneremmo mai di servire a tavola un cane appena cucinato, perché considerato, da secoli, un animale “amico dell’uomo” e da “pet” (all’opposto di altre culture, come quelle orientali, che, dal canto loro, possono rifiutare altri piatti che noi consideriamo “normali”). Eppure, a dispetto dei falsi luoghi comuni, il maiale, fra i più mangiati in tutto il mondo, risulta un’animale con un intelligenza e sensibilità, specie nei confronti dei bambini, pari almeno a quella dei cani e potrebbe tranquillamente rientrare nella categoria degli “animali da pet”. Per la Joy e i suoi “colleghi” animalisti, infatti, la prima “mossa” nella battaglia alla dittatura violenta del carnismo è chiarire come la maggior parte dei nostri gusti sia “acquista”: il provare o meno disgusto riguardo alla possibilità di mangiare la carne di un animale deriva da uno schema mentale acquisito e tramandato di generazione in generazione. Partendo da questa riflessione o nuova consapevolezza si può arrivare a comprendere che il mangiare carne non è una legge biologica umana e il vegetarianismo non certo una scelta anormale, bensì la più intelligente sia nei confronti degli animali, ai quali risparmiare atroci sofferenze, sia nei confronti degli stessi consumatori umani in termini di salute. Del resto, se fossimo più coscienti di queste sofferenze e delle pratiche di violenza estrema su cui si fonda il carnismo, ci sarebbero alte probabilità che l’atteggiamento anche dei maggiori consumatori di carne si modifichi. Un po’ tutti abbiamo una vaga idea di cosa succeda agli animali che ci vengono serviti a tavola; tuttavia, ben altra cosa è conoscere dettagliatamente (e magari vedere coi propri occhi) le condizioni estreme degli allevamenti intensivi e l’orrore dei processi di macellazione. Nel suo libro, la Joy ricorda come gli esseri umani non siano “assassini per natura” e, acutamente, prende in prestito le relazioni e le statistiche delle due guerre mondiali che evidenziano come i soldati tendano a sparare in alto o a non sparare pur di evitare il nemico. A fronte dell’abilità degli uomini, della loro prossimità al nemico e della gittata delle loro armi, il loro numero di nemici “centrati” avrebbe dovuto essere di gran lunga superiore al 50% in rapporto alle possibilità di colpire, cioè una percentuale di centinaia di assassinii al minuto. Invece, il tasso dei colpi andati effettivamente a segno fu solo di uno o due al minuto. Tra le centinaia di uomini coinvolti in uno scontro a fuoco, solo una quindicina o ventina usavano le armi a disposizione, tanto che i comandanti, spesso, dovevano minacciare con la baionetta i propri soldati affinché attaccassero con decisione. Tendenzialmente, quindi, anche in situazioni di estremo pericolo, la maggior parte delle persone è contraria ad uccidere. Ulteriori studi hanno dimostrato che i soldati sparano per uccidere e partecipino attivamente alla violenza una volta che sono stati sottoposti ad un processo di desensibilizzazione. Un po’ come avviene per i mangiatori di carne che non vanno certo a pensare al circuito dell’allevamento e della macellazione, una volta che li è stato messo di fronte un vassoio di pollo o arrosto. Per tutti gli animalisti, l’ideologia carnista si è diffusa grazie all’invisibilità della violenza di cui si alimenta. Un corollario di questa ideologia è, poi, quella che è stata definita “deinvidualizzazione”. Melanie Joy ha ripreso le ricerche dello psicologo Paul Slovic il quale scoprì come più aumenta il numero delle vittime, in seguito ad evento violento, più i testimoni confondono, o depersonalizzano, gli individui e meno tendono a prendersene cura. Numeri e intorpidimento sono proporzionali, tanto che è molto più probabile che susciti più commozione o compassione una singola vittima, umana o animale, rispetto ad un gruppo di vittime. Tutto ciò è funzionale al nostro consumo “spensierato” di carne tendendo, quindi, a pensare agli animali più per astrazione. E se poi aggiungiamo che, anche in epoche recenti, c’era ancora chi credeva che gli animali non percepissero dolore e sofferenza… Dei dieci miliardi di animali che sono stati allevati, trasportati e macellati nel corso dell’anno precedente, quanti ne abbiamo visti? Chi vive in città, con tutta probabilità, nemmeno uno. Ancora oggi, come raccontato anche da altri autori, specialmente da Michael Pollan nel suo imprescindibile “Il Dilemma dell’Onnivoro”, è una missione quasi impossibile penetrare nei centri di macellazione e produzione di carne. Ciononostante, grazie ai contributi di Pollan, della Joy e di altri studiosi, oggi qualcosa di più sappiamo. Sappiamo che negli allevamenti intensivi i bovini non hanno un centimetro per muoversi, stanno appiccicati l’uno all’altro, immersi nei loro escrementi e sviluppando malattie di ogni genere. Ingrossati a quintali di mais, in certi casi, per risparmiare, vengono addirittura “nutriti” con palline di carta di giornale ed altri rifiuti. Medesime condizioni per i pollai industriali dove polli, tacchini e galline non hanno praticamente possibilità di muoversi. Ma i traumi, come per le persone, prima che fisici, sono psicologici. La maggior parte dei maiali trascorre, ad esempio, l’intera vita in reclusione intensiva senza mai uscire all’aria aperta, finchè non viene stipata nei camion per essere spedita al mattatoio. Poco dopo la nascita, i maialini vengono castrati e le loro code tagliate, ovviamente senza anestesia. Si mozzano le code perché quando le loro esigenze naturali vengono frustrate, se non soffocate, i maiali sviluppano comportamenti nevrotici e possono strapparsi le code a colpi di morsi. Ma per loro, l’orrore non ha mai fine, dato che verranno macellati da vivi dopo aver sentito le urla dei loro simili che li hanno preceduti e quelle degli uomini che lavorano nella rumorosa “catena di montaggio” del mattatoio. Sempre che siano sopravvissuti al lungo viaggio verso il centro di macellazione, visto che vengono ammassati su un camion l’uno sopra l’altro senza ricevere acqua, cibo e protezione dagli agenti esterni, anche per giorni interi. Per non parlare poi delle violente stimolazioni elettriche a cui sono costrette le galline per garantire un’iper-produzione di uova, agli shock subiti dalle mucche obbligate ad una produzione incessante di latte e a tutti quei vitellini che, appena nati, ci fanno tanto tenerezza ma vengono subito trasformati in bistecca. Tuttavia, per gli animalisti, non mangiare carne, serve non solo ad evitare sofferenze estreme agli animali, ma anche a migliorare la nostra salute. Le altre vittime del carnismo, infatti, siamo noi stessi e il pianeta su cui viviamo. In primis, quei milioni di lavoratori (ipersfruttati) che lavoro negli impianti di macellazione e confezionamento della carne, in mezzo a fiumi di sangue, a virus e germi di ogni tipo sviluppati dagli animali trattati. In condizioni di igiene precaria e soggetti a frequenti e gravissimi infortuni dato che devono usare apparecchi assai pericolosi (seghe elettriche, pistole per l’abbattimento, scuoiatrici, mozzateste, coltelli, ecc.) e sostanze particolarmente tossiche per la refrigerazione, la conservazione, la pulizia, l’impacchettamento. Eppoi, tutti noi consumatori…Joy, Singer, Pollan, Rifkin e tutti gli altri sono convinti, innanzitutto, che la “necessità di mangiar carne” sia un altro mito. In tutte le famiglie occidentali è stato insegnato, nei secoli dei secoli, che solo grazie al consumo di carne si può diventare forti e che le sue proteine siano, quindi, indispensabili. Sin dall’antichità, infatti, le proteine della carne sono state associate alla “mascolinità”, alla forza, allo sviluppo dei muscoli, mentre gli alimenti vegetali sono stati etichettati come qualcosa di femmineo. Qualsiasi medico può ammettere, al contrario, che per la nostra alimentazione è ampiamente sufficiente un’alternanza di fagioli, lenticchie, cereali e vegetali; mentre un eccesso di proteine è correlato all’osteoporosi, malattie ai reni, calcoli al tratto urinario e ad alcuni tipi di tumori. Secondo famosi nutrizionisti come T. Colin Campbell, addirittura, l’80% dei tumori, problemi cardiovascolari e altre forme di malattie degenerative potrebbe essere prevenuta, con tutta probabilità, adottando una dieta a base di vegetali. E’ ormai accertato, infatti, che mangiare carne può aumentare del 50% il rischio di morire di malattie cardiache, del 300% il rischio di sviluppare tumori al colon, triplicare il rischio di ingrossamento della prostata e che, anche recentemente, siano state considerate idonee al consumo umano migliaia di tonnellate di carne contenenti grumi di sangue, pustole, tessuto cicatriziale da ulcere, macchie nel fegato, emorragie e, in alcuni casi, virus mortali come l’e.coli. Sono da tener conto, infine, i danni ambientali. Le stesse Nazioni Unite hanno ammesso che il settore dell’allevamento è uno dei tre principali fattori d’inquinamento locale e globale. La zootecnia è probabilmente la più grande fonte di inquinamento dell’acqua; in Amazzonia, il 70% dei terreni precedentemente boschivi è stato spogliato e ricoperto da pascoli destinati ad alimentate il bestiame; mentre Jeremy Rifkin, nel suo bel libro “Ecocidio”, ha denunciato un mondo in cui gli abitanti dei paesi poveri muoiono di fame perché una parte considerevole di cereali viene utilizzata come mangime per rendere la carne bovina più grassa e più gradita ai cittadini delle nazioni ricche. E’ stato calcolato, infatti, che ci vogliono 900 kg di grano per produrre carne (e altri prodotti derivati dall’allevamento) per mantenere una persona per un anno. Quando ce ne vorrebbero solo 180 se questa stessa persona mangiasse grano direttamente, anziché tramite i prodotti animali. Il colore "vero" della carne ammazzata è proprio quello della morte, un porpora-marrone, se non un blu-marrone. Ben differente da quel bel rosso con cui viene presentata nelle corsie dei supermercati, un colorito "articiale" che si ottiene saturando irreversibilmente con il monossido di carbonio la mioglobina delle fibre muscolari e l'emoglobina del sangue che si trova nei capillari della carne, un procedimento che non è certo salutare per l’organismo umano. Ma per salvaguardare l’ideologia carnista, tutte queste controindicazioni non sono certo segnalate quando acquistiamo carne dal macellaio o al supermercato. Con la complicità delle agenzie statali ed internazionali, almeno secondo Melanine Joy, impegnate quotidianamente a proteggere l’ideologia carnista dalle pericolose influenze del vegetarianismo. Per la Joy, quindi, ogni cambiamento non può prescindere dalla rimessa in discussione delle proprie abitudini e dall’imparare a diffidare delle autorità impegnate ad alimentare e conservare ideologie che, spesso, pur legittimate e istituzionalizzate, non si basano su principi di giustizia, equità, solidarietà e sostenibilità. In ogni capitolo del nuovo libro di Melanie Joy si fa proprio un raffronto con ideologie estreme, diventate “di massa”, in primis quella nazista, accettate passivamente, acriticamente, come “unica scelta ed alternativa” da milioni di persone. “La burocrazia contribuisce a rendere irreale il genocidio. Essa attenua i toni emotivi ed intellettuali associati all’uccisione”. Anche per il mangiar carne sono state utilizzate le micidiali “N” della giustificazione: “normale”, “naturale” e “necessario”. Per la Joy e chi la pensa come lei, e come già pensava George Bernard Shaw, “la consuetudine fa abituare alle peggiori atrocità”. Il messaggio animalista è, dunque, quello di passare dall’apatia all’empatia, avere il coraggio di confrontarsi con i “creatori di miti” e a pensare agli animali come esseri che possono provare il nostro stesso tipo di dolore, sia fisico che psicologico. Non più “oggettivalizzandoli”, quindi, come fa un qualsiasi macellaio che, a forza di vedere agnelli privi di teste, non si rende più conto di avere a che fare con animali, tanto che gli appaiono solo più come cose, prodotti con cui sta lavorando. Del tutto ingiustificate, infine, le preoccupazioni riguardanti una futura invasione delle specie animali a danno dell’uomo, se si cominciasse a limitarne la macellazione: come già spiegato, gli uomini stessi, per garantire l’abbondanza di cibo nei mercati dei paesi ricchi, hanno inventato qualsiasi tipo di espediente (solitamente brutale) per moltiplicare a livello industriale la riproduzione di bovini e polli… I LIBRI FONDAMENTALI CONTRO IL “CARNISMO” Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche? di Melanie Joy Sonda 2012 Ecocidio di Jeremy Rifkin Mondadori 2002 Il Dilemma dell’Onnivoro di Michael Pollam Adelphi 2008 Fast Food Nation di Eric Schlosser Il Saggiatore 2008 Come mangiamo. Le conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari di Peter Singer e Jim Mason Il Saggiatore 2007 Liberazione Animale di Peter Singer Net 2003 Bambini e Animali. Le radici dell’affetto e della crudeltà di Frank R. Ascione Cosmopolis 2007 Chi c’è nel tuo piatto? di Jeffrey M. Masson Cairo 2009 I Diritti Animali di Tom Regan Garzanti 1990

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