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17 Ottobre Ott 2012 1551 17 ottobre 2012

Le Province e la matematica dei veneti

La buona notizia è che il Consiglio regionale del Veneto affronterà presto il riordino delle Province come richiesto dal governo. Quella cattiva è che la maggioranza pensa di ridurre il numero di Province dalle attuali 7 a 7. Avete letto bene, i consiglieri di maggioranza sono pronti ad una feroce battaglia politica pur di mantenere intatto l’attuale assetto istituzionale, cioè 7 province e la collegata pletora di organi ed enti di sottogoverno che si frappongono tra Comuni e Regione. Il fronte dei conservatori lavora alacremente sull’asse Pdl, Lega e frange del Pd per “mantenere lo status quo, in attesa di una evoluzione amministrativa che partendo dal territorio e dalle forze economico-sociali presenti proponga un assetto più stabile e coerente”, queste le parole scritte nero su bianco dal documento uscito dalla Commissione statuto

Flussi di pendolari tra le città venete. Ogni linea rappresenta un flusso di 100 auto al giorno

Con il decreto legge 95 del 6 luglio scorso, il governo centrale aveva servito su un piatto d’argento alla Regione la possibilità di liberarsi definitivamente delle Province e di riorganizzare il territorio secondo criteri attuali e rispondenti alle esigenze di cittadini e imprese. Il disegno istituzionale attuale, applicato al policentrismo veneto così come si è sviluppato negli ultimi quaranta anni, è infatti obsoleto, inefficiente e incapace di garantire politiche adeguate in termini di urbanizzazione, mobilità, salvaguardia ambientale e governo di area vasta. Come emerge dal rapporto redatto nel 2010 dai ricercatori dell’università Ca’ Foscari di Venezia per l’Ocse, la frammentazione istituzionale dell’area centrale del Veneto ha ripercussioni negative sull’economia, sull’ambiente, sul mercato del lavoro, sulla mobilità. Di fatto, l’attuale assetto alimenta il localismo campanilistico e costituisce un freno ad uno sviluppo già messo sotto pressione dalla concorrenza dei paesi asiatici e da investimenti in ricerca e sviluppo al di sotto della media nazionale.

L’opportunità di creare tre aree omogenee nella Regione, con relative amministrazioni non viene nemmeno presa in considerazione dai consiglieri di maggioranza. Un misto di paura, ipocrisia e calcoli elettorali sta facendo naufragare l’opportunità di fare un passo deciso verso soluzioni non certo rivoluzionarie, ma almeno al passo coi tempi. Al posto delle sette province di origine napoleonica cittadini e imprese avrebbero tutto il vantaggio ad avere come riferimento tre zone omogenee: due aree metropolitane, a est (Padova, Treviso e Venezia) e a ovest (Verona e Vicenza) e un polo montano. In particolare è l’area centrale del Veneto, quella tra le città di Padova, Treviso e Venezia, ad avere più bisogno di una regia unica. Quest’area è costituita da poli primari, Padova, Treviso Venezia e Mestre e da molti poli secondari e si è sviluppata sulle interconnessioni generate dalla divisione funzionale. I servizi alle imprese e la formazione a Padova, la produzione manifatturiera a Treviso, servizi, cultura e turismo a Venezia-Mestre.

Oggi nel Veneto sono 42 le aziende affidatarie dei servizi di trasporto su gomma. Per capire quanto ci sia bisogno di un governo condiviso basta questo dato. Ne consegue che esistono altrettante tariffe urbane e interurbane che ovviamente non si parlano tra di loro e tanto meno dialogano con il trasporto su ferro. A proposito di ferrovie, dal 1992 il Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale (SFMR) attende di essere avviato. Nonostante qualche centinaio di milioni già speso, nemmeno un treno è in circolazione. Sempre in tema di trasporti, la mancanza di una governance di area vasta si riflette sulle mancate scelte relative all’alta velocità. Non è un caso che la progettazione del tratto tra Verona e Padova si sia arenata sullo scoglio delle fermate. Sia Verona che Vicenza, infatti, ne chiedono una e nessuno è stato finora in grado di far mettere da parte l’eccesso di campanilismo agli amministratori locali e fargli vedere un’immagine più allargata rispetto a quella del proprio Comune o della propria Provincia.

Se il consiglio regionale confermerà l’orientamento della commissione mantenendo le 7 province attuali, non ci sarà alcuna speranza, almeno nel breve periodo, di avvicinare il panorama istituzionale al Veneto reale. Va da sé, che il governo Monti avrà a quel punto tutta la facoltà di tagliare le Province secondo i criteri previsti dall’articolo 17 del dl 95. Ma la politica avrà ancora una volta abdicato la sua funzione primaria, cioè fare delle scelte

Signor Rossi

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