Mambo
18 Ottobre Ott 2012 0611 18 ottobre 2012

Se Renzi non vuole fare il gioco di D’Alema può solo ritirarsi

D’Alema ieri sera dalla Gruber ha detto cose precise: se vince Renzi combatto, se vince Bersani mi faccio da parte. E poi: Renzi mi vuole rottamare come Berlusconi, che nel 2001 promise di cacciarmi dalla politica. E poi ancora: nel Pd ci si scontra, ma non si gioca all’eliminazione dal gioco dell’avversario.

Sono argomenti forti. Fortissimo soprattutto il primo, perché dice che la vittoria di Renzi darebbe vita a uno scontro frontale e finale nel Pd e perché solleva il tema di come si debba discutere nel partito. La differenza fra il gesto di Veltroni e quello di D’Alema è che il secondo chiama alla battaglia mentre il primo ha annunciato una decisione personale.

Per Renzi inizia il tratto di strada più difficile. Può annunciare che la sua battaglia sulla rottamazione ha raggiunto l’obiettivo ultimo. Se continua, rischia di spaccare il partito. Gli resta paradossalmente in mano una carta: quella del proprio ritiro per il raggiungimento dell’obiettivo. Se facesse così, rottamerebbe definitivamente sia Veltroni sia D’Alema, se invece continua a stare in campo, deve fare i conti con il contrassegno che gli ha dato D’Alema: lui è l’uomo della divisione, e anche l’uomo che sposa gli argomenti berlusconiani. Il povero Renzi è stato giocato dai suoi più anziani avversari.

Nella vecchia Dc, di cui ha memoria anche per via paterna, lo scontro avveniva per vie traverse, come dimostra la strenua resistenza della Bindi e di Fioroni. Nella sinistra, invece, ci si fa del male e se chiami alla battaglia ottiene battaglia. D’Alema, al quale, come è noto, va tutta la mia simpatia, anche se cerco di ragionare a freddo su di lui, gli ha dato un colpo decisivo. Ora Renzi se ha carte deve tirarle fuori e se la sua carta è solo la rottamazione deve ritirarsi. Il guaio suo e dei suoi sostenitori è che non c’è nulla sotto il suo vestito, né una linea né una cultura, malgrado i suoi fan ci invitino a leggere il suo evanescente programma. C’è, invece, quel che si è visto ed è quel che ha provocato lo sconquasso attuale. In un certo senso ha vinto come l’ape che punge e poi deve morire.

Se fosse stato un uomo della sinistra avrebbe cercato argomenti più popolari per sopravvivere, se fosse stato un erede della democristianeria avrebbe trovato una via d’uscita accomodante. Non è né l’uno, né l’altro. Non sappiamo chi è. Quello che farà rivelerà se è un leader o solo l’artefice di uno sconquasso che ha ridisegnato la nomenklatura della sinistra. Un ruolo non irrilevante ma di breve respiro. Aspettiamo la sua mossa per capire quello che vale realmente. Se insisterà sulla rottamazione bisognerà chiamare il 118. Se dirà che ha raggiunto l‘obiettivo e si chiamerà fuori sarà il leader del futuro. 

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