Giulia Valsecchi
Cineteatrora
19 Ottobre Ott 2012 1036 19 ottobre 2012

L’inferno di Williams e l’ostinata discesa di De Capitani

A cent’anni dalla nascita di Tennessee Williams, i raffronti possibili tra le istanze della storia e i germi di una crisi che imperversa trovano in scena l’occasione di un rischio da correre. L’opinione diffusa per cui certa drammaturgia americana sia irrappresentabile o iperdidascalica viene contraddetta da un incrocio di forze e nature senza età che fanno di quelle scritture non tanto l’archetipo banale, ma il riflesso di tempi che corrono su strade gemelle.

Ne La discesa di Orfeo, copione particolarmente caro a Williams ma poche volte rappresentato dal 1957, l’opposizione tra le volontà che montano nella testa e le corruzioni reali, tra le pulsioni condannate e la sconfitta dei beni umani ruota attorno a una geografia americana depressiva. L’amore illecito del vagabondo Val per la matura Lady, sopravvissuta a un incendio che ha dato la morte a tre membri della sua famiglia, definisce un affronto pericoloso ai benpensanti che la domenica ciondolano ubriachi e criticano i comportamenti della giovane Carol, dispersa tra un istinto di libertà e il terrore di quel veleno che infetta il cuore di chiunque. Ed è sempre Carol che va a sbattere da una parete all’altra del negozio di Lady in cerca del minimo consenso di Val, irremovibile e selvatico curatore di un rapporto sempre più intimo con la tenutaria, l’unica a fargli accantonare per poco la chitarra da sempre suo alter ego. I lembi di questa scena non sono estranei a fratture sociali intese sia come caduta libera delle economie, sia soprattutto degli investimenti morali.

Sulle stesse leve si costruisce la terza prova registica di Elio De Capitani da una drammaturgia di Tennessee Williams: dopo Un tram che si chiama desiderio e Improvvisamente l’estate scorsa, il turno di Orfeo è di chi lascia dietro di sé la pelle del destino avverso, di caratteri visionari, incontri decisi dal riscatto punito dalle malelingue, da una morte incombente e sovrana. L’onnipresenza del vecchio e ormai infermo marito di Lady gli fa battere colpi assordanti dalla stanza della malattia, mentre la didascalia drammaturgica si fa personaggio e coro sempre in scena. L’effetto è per De Capitani uno straniamento di marca brechtiana dove si dichiara il dettaglio e, nel farlo, si indossano i panni di un presentatore eccentrico. La sua voce fa il paio con le maniere forti della terra desolata di un ex capannone industriale che accoglie la corsa di Lady a far rivivere un vecchio bar di proprietà del padre.

Gli equilibri sono cuciti nei modi trattenuti e complici di Edoardo Ribatto nei panni di un Val giustamente in ascolto di una ragione quotidiana, per poi impennarsi negli accenni languidi di una Lady interpretata da Cristina Crippa. D’altro canto, le visioni di Carol con i passi sospesi di Elena Russo Arman suggeriscono proprio l’essere sempre scissi tra passione e inquietudine.

E mentre la scoperta dell’inganno sotteso a vecchi dolori e lutti si fa vendetta e grido collettivo, le violenze scorrono a cascata ghiacciando le vite e trovando respiro solo in brevi ritratti, dove l’amore proibito di Lady e Val sembra la forma più pura e insieme non concessa di risalita. Quei tramonti passati da una voce all’altra degli attori, prima accennati e poi di fuoco, la musica costante di una chitarra che è sia la memoria di Val sia il tema di una libertà repressa, modellano la profondità del pozzo in cui il vero scandalo è forse d’essere irrimediabilmente strappato anche alla poesia. Chi è stato testimone del proprio disfacimento non può che nutrirsi di un’ostinata brama di lirismo o sentimentalismo per detrattori. Mai come oggi e nell’America della crisi del ’29 il marcio va ben oltre la Danimarca.

16 ottobre - 4 novembre 2012| sala Shakespeare
Cristina Crippa, Edoardo Ribatto, Elena Russo Arman

LA DISCESA DI ORFEO

di Tennessee Williams | regia Elio De Capitani

Teatro dell'Elfo - Milano

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