Gemma Musicco
A metà tra la terra e il cielo
21 Ottobre Ott 2012 0853 21 ottobre 2012

“Abbiamo fatto la start up, ma con l’aiuto della famiglia non della banca”

Via Satiro, Verona. C’è una storia dietro quel cancello: un sogno diventato realtà per il coraggio, la passione e il desiderio di due fratelli, Annalisa e Alberto Faccincani. 26 anni lei e 23 lui, abbastanza per creare una struttura turistica e testimoniare un’Italia che c’è ma non si vede.

Sweet Home Verona Apartments nasce nell’estate del 2011: è Annalisa a proporre in famiglia di allestire due appartamenti per dare ospitalità ai turisti. Non importa se c’è la crisi, se è meglio fare le valigie e investire altrove. Loro hanno deciso di restare e di credere all’Italia, nonostante le tante difficoltà.

E per ora sembrano aver fatto la scelta migliore: la posta elettronica si riempie frequentemente di prenotazioni, gli appartamenti sono occupati e arrivano i primi guadagni.

“Fin dall’inizio – racconta Alberto – la nostra famiglia ci ha sostenuto e incoraggiato. Da papà abbiamo avuto carta bianca e i finanziamenti per partire. E in casa si sono creati nuovi momenti di condivisione che prima non c’erano”. Fondamentale l’aiuto di un’amica, già esperta sul campo, per superare le prime difficoltà e capire i segreti del mestiere. L’ombra della burocrazia italiana infatti li ha inseguiti fin dall’inizio rendendo le cose più complicate, sempre. Ma Annalisa e Alberto sanno che gli ostacoli si superano perché “dietro c’è tanta passione e il desiderio di fare bene ciò che facciamo perché ci crediamo”. E’ soprattutto il cuore, sembrano insegnarci, e non solo le ragioni economiche a portare al successo.

Non è facile, soprattutto se nel frattempo si studia e lavora. Studente all’ultimo anno di economia, Alberto è ora impegnato in uno stage mentre Annalisa lavora come libera professionista dopo una laurea in Management. Poi gli amici, i tanti interessi, lo sport. “E’ dura gestire tutto – confida il giovane universitario – ma abbiamo imparato a essere flessibili e disposti a tutto. Senza fatica e sacrifici non si conquista nulla”.

Ma come si fa? “Il segreto – continua Alberto – è saper valutare con umiltà e oggettività le proprie idee, talvolta anche ammettendo di aver torto di fronte al proprio socio. E’ imparare a spendersi, sacrificarsi, assumersi rischi senza buttarsi alla cieca. Noi siamo partiti da un business plan per capire se l’idea era buona. Poi abbiamo indagato l’offerta sul mercato e attinto alle nostre conoscenze tecniche”. La concorrenza? Aiuta perché “impone di essere creativi e di inventarsi e reinventarsi continuamente: a far la differenza è capire come essere più bravi degli altri”.

Una storia di coraggio, questa di Annalisa e Alberto, che sembra sfidare il ritratto dei giovani italiani raccontati in televisione, nei quotidiani, sulle riviste. Si parla troppo spesso di bamboccioni, di fuga di cervelli, di “neet” (not in education, employment or training) e l’Italia sembra tutto tranne un Paese per giovani.

“Il problema – conclude Alberto – è che l’Italia richiede sempre più sacrifici e compromessi a cui noi giovani spesso non siamo disposti. L’importante è essere flessibili e lavorare anche in un campo per cui non si ha studiato perché è sempre più difficile trovare il lavoro dei desideri. Direi quindi che l’Italia è un Paese per giovani volenterosi. Credo che, in questo periodo di crisi, non conta tanto essere giovane o vecchio: la realtà più drammatica è invece avere un lavoro e perderlo. Noi ragazzi, se non troviamo lavoro, siamo ancora in tempo a inventarcelo perché la crisi è, come dice Albert Einstein, la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato”. Parola di un ventitreenne italiano.

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