Una figlia come te
22 Ottobre Ott 2012 1011 22 ottobre 2012

Come accelerare il travaglio, ovvero strategie di attacco per il T-Day

Quando la tua compagna di corso pre-parto partorisce il giorno della terza lezione, ti senti un po’ come nei corridoi della scuola prima che ti chiamino all’esame di maturità: in ritardo e in ansia da prestazione. Mamma C., la brasiliana dalle gambe lunghe che divideva con me i seminari di “accompagnamento al parto” – come si dice in ostetrichese – si è “laureata” come “prima della classe” la scorsa settimana, lasciandomi seconda per data presunta parto e soprattutto con un bel fardello: la prossima, insomma, dovrei essere io.

Spesso mi chiedono come l’avvicinarsi del giorno X mi faccia sentire. Mi dicono che “sembro tranquilla”. In verità io, più che serena, sono perennemente addormentata e rimbambita, lenta nei movimenti e nei ragionamenti: praticamente un bradipo nel corpo di un elefante. Questa, miei cari, non è pace ma la quiete prima della tempesta!

In certi momenti, però, mi sento carica come un soldato della Fanteria britannica prima dello sbarco in Normandia, solo che nel mio caso il D-Day diventerebbe il T-Day, il Giorno del Travaglio. “Mother Nature is very wise”, mi disse qualche anno fa un’amica spagnola conosciuta a Boston. “It took me 9 months to say that, however now I am more than ready!”. Ecco, anche io ci ho messo parecchio a realizzarlo, ma ora sono pronta al confronto, duro che sia: “Travaglio, ti ho temuto per nove mesi: ora a noi!”.

Certo, tanto energico ottimismo mi si potrebbe pure rivoltare contro. L’altra sera, per esempio, ho avuto una contrazione un po’ più forte del solito (che poi, chissà cosa vuol dire forte?) a casa di amici. Mentre si chiacchierava amabilmente. E mi sono spaventata, perché mentre loro parlavano il mio addome si strizzava sempre più e io non sapevo cosa dire né fare. Le doglie arrivano mentre stai facendo altro: ovvio a dirsi, meno a farsi.

Comunque, zaino in spalla ed elmetto in testa, ho consultato la sezione “Autoinduzione del travaglio” di Cosa aspettarsi…, che in questo caso sarebbe un po’ il mio comandante Eisenhower. Le pratiche consigliate (ma solo per chi abbia superato la 40esima settimana) sono parecchie, anche se gli stessi autori avvertono: “È difficile dimostrare che qualcuno di questi metodi sia veramente efficace”.

Senza osare troppo con l’olio di ricino o tisane a base di erbe – pare che la sollecitazione dei movimenti intestinali possa aiutare quella dell’utero (ma a occhio non mi pare una genialata) – i più quotati sarebbero la stimolazione dei capezzoli per produrre ossitocina oppure lunghe passeggiate. Per accelerare, le ostetriche consigliano anche scale a piedi e grande sesso, come mi ha ricordato la zia Vero. Prima di aggiungere: “Ma chi glie la fa?”. “Proverò con le scale”, le ho risposto io.

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