La Nota Politica dei Ventenni
23 Ottobre Ott 2012 1637 23 ottobre 2012

Anche Grillo seduce i siciliani con la rivoluzione, ma la Storia ha sempre voluto il contrario

Anche ad Enna la piazza è piena, quasi stracolma. Composta e incuriosita attende che arrivi lui. Vuole vederlo, toccarlo, partecipare allo spettacolo corale e coinvolgente, che Beppe Grillo ogni giorno, due o tre volte al giorno, allestisce per i suoi ospiti.

E’ in ritardo di mezz’ora, questa volta. Forse, la prima da quando è sbarcato a nuoto in Sicilia e ha calcato, sempre con puntualità svizzera, le piazze di molti comuni siciliani. In un percorso incoerente geograficamente, che l’ha portato da est ad ovest, da nord a sud, fino a mescolare, in una casualità studiata, l’ordine dei punti cardinali.

Come un novello Ulisse, che, sballottato da una parte all’altra senza apparente coerenza, combatte la battaglia più dura. La sua odissea. E, infatti, anche lui, come l’eroe di Itaca, odia ed è odiato.

E’ sempre dura la battaglia della persuasione, la lotta per il consenso, ma qui, in Sicilia, lo è di più. Molto di più. Questa terra è diversa dalle altre. Perché loro, i siciliani, sono diversi da qualunque altro popolo.
E’ la storia ad aver marchiato a fuoco questa diversità nel loro animo, ad aver forgiato la peculiarità della loro condizione, che si intreccia a più giri come le radici nella terra, ad un destino infame. Che gronda sangue e miseria.

Leonardo Sciascia, così intimamente siciliano da poter indagare con cinismo e scientificità la propria terra, scrisse che “Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra”

E allora parlare ad un siciliano, significa parlare alla sua storia: alle corna che porta da secoli, con fastidio e rassegnazione; alla sua disillusione di gente da sempre sottomessa, che non trova riscatto.
Grillo sembra aver capito la particolarità di questa terra e la sua diversità, che la rendono un microcosmo impenetrabile se non si conoscono le sue regole, il suo linguaggio, il suo passato.
Il comico genovese, questa storia che da millenni schiaccia un popolo inerme, la conosce. E vorrebbe riscriverla. “La Sicilia è la chiave di tutto”, scriveva Goethe. Che in troppi hanno sempre inserito nella serratura sbagliata.

Parla di radici, di identità. Ci sa fare, tira le corde giuste. Insiste, punta alla commozione: “Siete un popolo senza identità. Siete una regione autonoma, ma non avete autonomia. Siete una regione, ma siete una nazione con la sua storia. Siete ricchi, c’è ricchezza intorno a voi, ma non la vedete e siete anche poveri. Chi cazzo siete?”

Un bravo attore, in grado di portare il proprio pubblico dove vuole, alle emozioni anche contrastanti che vuole, ha i suoi cavalli di battaglia. Frasi collaudate e limate, che raggiungono il cuore. Tanto velocemente da far male. Così, anche per Beppe, che apre ogni comizio così.
Sembra di cogliere un sorriso, appena accennato. Li ha portati, ancora una volta dove voleva. La folla, sbanda, ha la commozione in gola, c’è chi non si trattiene. Molti applaudono, gli altri prendono coraggio e lo strepitio composto di alcuni si trasforma in un boato. E’ fatta, sono tutti suoi: rapiti, incantati e in religioso silenzio.

E’ uno spettacolo mirabile, quasi fantasmagorico, di certo allegorico, Grillo in Sicilia. I siciliani ascoltano composti e annuiscono ossequiosi anche quando li insulta, li sferza: “Siete tutto e il contrario di tutto. Avete vissuto per secoli schiacciati e la colpa è vostra. Questa è una rivoluzione culturale, un cambiamento strutturale mentale”. E già comincia a perdere attenzione. Alcuni sguardi si smarriscono, altri si distraggono. C’è chi ride, di un sorriso sardonico appena accennato, e su quelle labbra si legge la disillusione e la consapevolezza che qui rivoluzioni non se ne fanno. E quando si fanno, dopo si sta peggio di prima. Il gusto dell’iperbole si mescola con la rabbia di un popolo, che sa che la disgrazia è la continuazione della loro normalità.

Il copione è noto, ormai. La scaletta, precisa. Comincia in rapida carrellata, ad elencare i mali della Sicilia. Incita a difendersi dal consumismo, cita il premio Nobel Stiglitz e la sua teoria sulla produzione, attacca l’Fmi. La gente si perde. Se ne è accorto anche lui e abbandona le discussioni “sui massimi sistemi” per attaccare la Casta, dentro e fuori la Regione. Ancora una volta ha fatto centro. La folla si infiamma, urla, applaude, si gonfia di buoni propositi.
Stringe i fili degli umori della folla e come un puparo, nell’acme della battaglia per salvare Angelica, dà una strattonata, quasi a spezzarli. Il tripudio si scatena quando comincia a parlare di soldi. Di costi della politica, che in qui Sicilia, toccano vertici paurosi. L’applauso e le urla sono all’unisono.
Spiega che la rivoluzione è la Rete globale, che la democrazia si farà in Rete, che senza energia rinnovabile si muore.

Qui, dove hanno bisogno di pane e lavoro, della Rete non se ne fanno nulla. Da sempre, le ragioni di tutti si confondono e ostacolano la primazia del “particulare”, ragione di sopravvivenza e necessità per il siciliano. Esso ha conosciuto prima degli altri e forse di più l’asprezza della lotta, spesso fratricida, per salvare sé e i propri interessi. Un popolo di contraddizioni, dove il senso forte di unità e appartenenza stringono con la tensione ai particolarismi.

“Io non li voto. Mi fanno simpatia, sono scesa a sentirli, ma non li voto. Non mi serve a niente. Mio marito e mio figlio un lavoro ce l’hanno” chiosa una signora infreddolita e stretta nel cappotto.
La piazza è davvero piena di uomini e donne di tutte le età, ma pochi sembrano interessati ai programmi e ai candidati, che arrivano alla fine, quando ormai tutti sono stanchi e distratti. Cercano lui , “Beppuzzo”, oltre il proscenio. Seguono con lo sguardo i suoi movimenti.

“Qua rivoluzione non se ne fa”, dice un ragazzo, così giovane e consapevole di un destino già segnato. “Se avessero la possibilità di vincere e di sfondare, qui in Sicilia, sarebbe bellissimo. Li voterei anche io. Ma non si può cambiare, ci sono logiche e meccanismi radicati, fatte da pochi, che a noi ci pisciano da sopra”.
E’ allora perché, se prevalgono la rassegnazione e la coscienza che nulla cambierà, le piazze sono gremite?
“Perché la gente vuole lo show. Vuole lo spettacolo”, risponde un signore, mentre si allontana.

La democrazia di massa, quella partecipata, è uno spettacolo, che in Sicilia si tinge di note surreali. E’ spettacolo, forse avanspettacolo. Guardano con meraviglia, con curiosità e stupore lo straniero che ha attraversato a nuoto lo stretto, che ha scalato l’Etna; l’alieno che a passo di corsa raggiunge il palco e intrattiene con il suo monologo sempre più rauco. L’illusione abbagliante si consuma quando si spengono le luci del palco.

Per la strada osservano Grillo divertiti e rapiti. Appena possono lo fermano, lo baciano, lo fotografano. Lo fanno fermare dai bambini, per strappare una battuta, un’istantanea con il cellulare, una stretta di mano. Tutti vogliono un pezzo di Beppuzzo, il vicerè che seduce e ammalia. Molti, però, sono scettici sul risultato dell’impresa: “E’ come il giorno della processione - dice un uomo, lapidario- Se ne parla il giorno prima e il giorno dopo” . E al terzo che succede? “Si continua a sopravvivere”.

Attenzione, però: qui i conti non tornano. Non sembra tutto così scontato, nulla appare già scritto. Prima si, ma questa volta i siciliani non hanno più davvero nulla da perdere.


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