Vita da cani
24 Ottobre Ott 2012 0829 24 ottobre 2012

Dimmi di Sic

Ieri era un anno dalla morte di Marco Simoncelli. Lo ammetto, parlandone da vivo non sono mai stato un suo grande tifoso, anche perché, in fin dei conti, non sono mai stato un appassionato della Motogp, specie di quest'ultima versione soporifera che ricorda la Formula 1 di qualche anno fa. Pronti via e nessuno si sorpassa neanche per scherzo, per caso, per divertimento. Se filmassimo il raccordo di giorno sarebbe più divertente. Ma non divaghiamo.
Il 23 ottobre scorso era domenica e mi sono svegliato intorno alle 9. Per me alzarmi dal letto alle 9 di domenica rappresenta un'anomalia di cui si occuperanno gli X Files tra qualche anno. Mi ricordo che dopo essermi fatto il caffè mi sono ricordato del Gran Premio di Sepang e ho acceso la tv. Mancava poco alla partenza e hanno inquadrato Simoncelli che salutava dalla griglia. "Simpatico" ho pensato. Poi i miei pensieri si sono rivolti al derelitto Valentino che faceva ormai quasi tenerezza dopo un anno in Ducati.

Parte il gran premio e Simoncelli inizia a fare il matto, sorpassi e controsorpassi con qualcun altro, non ricordo chi. Dopo cinque minuti in cui mi dico "dai che la Motogp non è così male, guarda quanti duelli" vedo spuntare dal nulla una moto bianca che viene centrata da due piloti. Mi si gela il sangue. Di incidenti, anche terribili, se ne sono visti tanti in moto negli ultimi anni. Vedere però il casco che rotola e i riccioli di Simoncelli adagiati sull'asfalto è un pugno allo stomaco. Dopodiché inizio a fare la spola tra il pc e la televisione, per sapere che cosa ne sarà dello sfortunato pilota. In cuor mio so per certo che non ce la potrà mai fare, non perché sia un medico o un corridore, ma perché non ho mai visto un incidente così e, soprattutto, non ho mai visto volare via un casco.

Dopo meno di un'ora arriva la notizia: lo dice il portavoce della Dorna che "We can confirm that Marco Simoncelli is dead". A me la notizia sembra impossibile e mi sorprendo del dolore che provo. In fin dei conti, non sono mai stato un grande fan né dello sport, né del pilota. Poi mi accorgo che la spiegazione è semplice: i piloti rappresentano una sorta di supereroi, uomini con una percezione diversa della realtà, con riflessi fuori dal comune, con un fisico forgiato nel metallo. Vedere morire Simoncelli è come pensare a Superman sopraffatto dalla leucemia o Batman con l'Alzheimer: una situazione innaturale. Non ero abituato (e non lo sono tuttora) a pensare che i piloti che scendono in pista, che sfiorano con i gomiti i cordoli, che impennano sul bagnato, siano mortali esattamente come me. Pensavo (e ancora lo faccio) che in fin dei conti abbiano ricevuto abilità speciali, che siano frutto di un Darwinisimo cinetico.

Vedere sull'asfalto il corpo lungo e magro di Marco Simoncelli, ormai privo di vita, rappresenta per me un momento di crescita importante: non esistono superuomini che flirtano con la morte, esistono piuttosto ragazzi giovani (spesso assai più di me) che hanno imparato a convivere con la nera signora. Io, in tutta onestà, non ce la farei mai.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook