Fatti di Scienza
24 Ottobre Ott 2012 1301 24 ottobre 2012

Sentenza terremoto L'Aquila: che cos'è in gioco?

Per rimanere del tutto fedeli al nome di questo blog, della sentenza di condanna a sette membri della Commissione Grandi Rischi che si sono riuniti a L'Aquila il 31 marzo 2009, pochi giorni prima del terremoto del 6 aprile, bisognerebbe non parlare. La cronaca è oramai già da mettere in archivio, seppure avrà probabilmente strascichi lunghissimi, come di uno spartiacque tra un prima e un dopo.

I fatti. Lo scorso 23 ottobre il giudice monocratico Marco Billi legge la sentenza di primo grado per i sette impuntati: sei anni di reclusione per omicidio colposo plurimo. Sono due di più di quelli richiesti dall'accusa. I sette imputati (Franco Barberi, Enzo Boschi, Mauro Dolce, Giulio Selvaggi, Gian Michele Calvi, Claudio Eva e Bernardo De Bernardinis) hanno già annunciato il ricorso in appello.

Le reazioni. La comunità scientifica internazionale ha reagito in maniera piuttosto compatta contro la sentenza e a favore degli scienziati condannati. Nature ha pubblicato una cronaca dettagliata, affidata a Nicola Nosengo, e un editoriale nel quale si sottolinea come non si tratti di un processo alla scienza, ma piuttosto di un processo a una cattiva gestione della comunicazione del rischio. Esagera, però, quando sostiene che il processo si è svolto in "assenza di un dibattito pubblico informato, cosa impensabile nella maggior parte dei paesi europei e negli Stati Uniti". L'Italia non sarà probabilmente uno dei paesi dal più alto tasso di alfabetizzazione scientifica, ma davvero in Francia, Spagna o Grecia ci sarebbe stato un dibattito più informato ed equilibrato? Pare un giudizio almeno parzialmente debitore nei confronti dei luoghi comuni sul nostro Paese.

Alcuni media hanno cavalcato la storia del processo alla scienza, come Repubblica di oggi (24 ottobre), che tira in ballo nientemeno che il processo a Galileo. In realtà, come hanno sottolineato Scientific American, New Scientist e Nature stessa nell'editoriale già citato, il processo non è sull'incapacità del Commissione di prevedere il terremoto del 6 aprile 2009, quanto piuttosto sulle rassicurazioni che sono seguite a quella riunione e che sono considerate dall'accusa (e pare anche dal giudice) una delle cause della morte di 29 delle 309 vittime. Sulle difficoltà di relazionare al di là di ogni ragionevole dubbio la cattiva comunicazione del rischio con il decesso di alcune persone ha già scritto molto bene Nicola Nosengo sul La Scienza in Rete. Interessante anche il commento di Arianna Ciccone su Valigiablu, che sottolinea il fatto che i cittadini e i fruitori dei media italiani dovrebbero essere trattati con più rispetto.

Responsabilità. Pare essere una delle parole chiave del commento al processo del settimanale inglese New Scientist che invita a una profonda riflessione sul rapporto complicato, ma necessario, che sussiste tra chi come esperto entra a far parte di una commissione che esprime pareri tecnici determinanti per la collettività e chi deve assumere decisioni operative e anche politiche conseguenti a tali pareri. Il valore di quelle competenze, si suggerisce, non deve essere minato dal rischio di "processo facile". Quindi da un lato è giusto che i tecnici si facciano carico di una responsabilità che va anche al di là della competenza scientifica e sfocia in quella che chiameremmo "responsabilità sociale". Quest'assunzione di responsabilità non può però essere pretesa a posteriori, magari in un'aula di tribunale, ma deve essere richiesta in modo esplicito e chiaro fin dal momento in cui si decide di coinvolgere dei consulenti.

Contrariamente a quanto il clima a caldo sembra suggerire, è solo dalla messa a punto e la conseguente attuazione di una forte strategia di comunicazione del rischio che risulta da una buona integrazione tra il sapere tecnico e una corretta valutazione e comprensione delle conseguenze della crisi sulla popolazione. Questa responsabilità sociale dei tecnici è però solo una parte della storia. Rimangono tutte da valutare e accertare anche, e soprattutto, le responsabilità politiche che ruotano attorno a questa vicenda, come ricorda Marco Cattaneo sul proprio blog. E' noto infatti che sono in corso altri processi e altri filoni di indagine che ci si augura possano chiarire anche questi aspetti della tragedia abruzzese.

Conseguenze. Subito dopo la lettura della sentenza, De Bernardinis, all'epoca dei fatti vice capo della Protezione Civile (noto per l'infelice invito a bere un calice di Montepulciano), ha sottolineato il fatto che questo processo potrebbe diventare un punto di non ritorno per gli scienziati. Lo ha ipotizzato ancora a caldo anche Erik Klemetti, geofisico americano e collaboratore dell'edizione USA di Wired, che teme una ritirata della comunità scientifica dalle commissioni tecniche e dal dibattito pubblico sulla gestione dei rischi ambientali. Klemetti va anche oltre, ipotizzando che la pretesa capacità di previsione dei terremoti da parte di personaggi come il tecnico Giampaolo Giuliani abbia giocato un ruolo nell'accelerare il processo in corso e portarlo a una rapida conclusione.

Spaventati dal fatto che ogni loro perizia o parere tecnico possa essere oggetto di un'indagine gli scienziati potrebbero non voler più essere coinvolti nelle commissioni. E' il senso delle dimissioni dell'intera dirigenza della Commissione Grandi Rischi, a partire dal fisico Luciano Maiani. E' il pericolo che vedono anche altri commentatori, come Pietro Greco. Questa potrebbe essere una delle partite più difficili e delicate. Perché l'apporto delle conoscenze tecniche è sempre più determinante in moltissime situazioni che riguardano il governo del territorio e non solo. Al di là di come si evolverà la vicenda penale che coinvolge i sette esperti della Grandi Rischi (l'appello potrebbe ribaltare o ridimensionare il primo grado, di cui mancano ancora le motivazioni del giudizio) il legame tra politica, gestione delle consulenze, responsabilità (penali, ma anche civili e morali), comunità scientifica, istituzioni, trasparenza e legalità è un punto determinante della vita pubblica del nostro paese. Il processo dell'Aquila potrebbe essere la sveglia che porta al centro del dibattito pubblico un problema che non si può più negare. (elisabetta tola e marco boscolo)

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