Alfio Squillaci
La Frusta Letteraria
25 Ottobre Ott 2012 1147 25 ottobre 2012

Il Sud tra immagine cinematografica e realtà

Quando Michelangelo Antonioni s’impose, più che sugli schermi popolari nelle coscienze critiche, con film come Il grido o L’avventura, non sembrò vero che anche l’ Italia esprimesse una forma tutta sua, seppur domestica e ancora rionale, di angoscia o di esistenzialismo… Anche noi, anche noi, eravamo moderni dunque, pativamo le pene del vivere, non ci era ignota l’Angst, come a Uppsala e a Parigi… I capelli ritorti all'indietro di Monica Vitti e lo sguardo tarlato di angoscia di Alain Delon - e la Borsa che fa irruzione dietro le quinte con i rimandi al Denaro e alla Colpa-, davano dunque lo sfratto agli Stracci e ai Ciucci dei vari Pane Amore e Fantasia e a tutta la tradizione stracciacula del neorealismo.

L’approdo anche alla percezione visiva della modernità, non fu scevra di furbate, scorciatoie ed effetti imposti. Ma era una svolta modale, tematica, artistica che nell'Italia del boom e del sorpasso chiedeva il proprio spazio riuscendo alla fine ad imporsi, evolvendo poi nelle immaginarie e molto improbabili ma seducenti quinte sceniche di Zabriskie point e Blow up.

Un osservatore come Jean- François Revel , in quegli anni un giovane borsista francese in Italia (alludo al suo resoconto Pour l’Italie ) faceva rimarcare quell’aura di moralismo cattolico dentro ma soprattutto dietro, come un arrière-pensèe, in un film di rottura come La dolce vita, che narrava dissipazioni urbane e fallimenti esistenziali ma anche approdi ad edonismi insperati fino a qualche lustro prima, tipici dell’ affluent society che, tuttavia, non potevano farla franca nella parabola narrativa e non essere perciò puniti da esiti catastrofici in capo a chi aveva osato allontanarsi dai sentieri della morale comune.

Insomma, il “miracolo economico” - e ancora qui una metafora religiosa, “miracolo”, neanche si trattasse di madonne piangenti o pellegrine invece di quel feroce, furibondo e creativo spirito di intrapresa, e per nulla esistenzialista di laurà laurà e danèe che fan danàa-, recava i frutti borghesi della Noia di Moravia e dei film esistenzialisti di Antonioni, oltre a quelli della commedia all’italiana (un grande momento del nostro cinema) dove c’era il solito cumenda interpretato da Gigi Ballista… Seppur non totalmente speculare il dato filmico e il dato sociologico bruto di un Paese ancora prevalentemente agropastorale, questo cinema rinnovava gli schemi e gli schermi imponendo i propri angoscianti scenari urbani (Largo Donegani ne Il grido ) alla fine. E per quel che riguarda i personaggi, non più il facile calco popolare della maschera collettiva ma lo sforzo della personalità individuale, non il bassomimetico della commedia dell’arte ma la fatica “alta” di costruirsi e averci un Io. Certo, qualche decennio prima c’era stato un Pirandello nelle cui tematiche il dato realistico e grullesco della commedia popolare (La giara) si avvicendava al tratteggio intimista dell’amore e morte in interni borghesi ( Il viaggio), e in cui, detto in termini stilistici, il realismo esondava nell’espressionismo… dai paesaggi arsi dal sole della campagna sicula, all’Io e Non Io del teatro nella vita e della vita nel teatro… Ma fu un caso teratologico personale cui ancora oggi guardiamo stupefatti.

Ma anche nello stesso cinema del tempo, parlo degli inizi degli anni ’60, si tentavano altre strade, grazie alla forza maieutica della grande letteratura (quanto Stendhal o Flaubert c’è nelle sceneggiature di Flaiano e in quelle di Brancati!) e si poteva pure tirare la trama de Le Tentazioni del dottor Antonio (episodio di Boccaccio 70) con gli aperti rimandi e le necessarie trasposizioni, dalla Tentazione di Sant’Antonio di Flaubert, dove a luogo dei deserti della Tebaide si carrellava su una deserta piazza italiana e la “tentazione” di Antonio Mazzuolo (un allocchito Peppino De Filippo) non erano più i demoni rupestri del santo anacoreta ma le forme curvacee di Anita Ekberg occhieggianti da un cartellone gigantesco che ti irrompeva in casa non appena aprivi la finestra. Insomma altri tentativi onorevoli di uscita dai i temi , minimi e grandiosi a un tempo, imposti dal neorealismo.

Ma oggi, sia nella narrativa che nella filmografia del nostro Sud, non pare che si possa sperare in soggetti, tematiche e scelte inconografiche “altre” rispetto a quelle che si vedono circolare sugli schermi o nelle pagine dei romanzi. Sognare temi, plot e immagini “altre” è come sperare di poter adire alla rappresentanza politica, per esempio, senza essere parenti di vittime della mafia da un lato e consigliori e occulti compari del crimine dall’altra. Non parendo che, anche sullo schermo politico, si possa uscire da copioni avviliti in narrazioni permanenti di guardie e ladri in perenne reciproco inseguimento…
Fuorché nell ’isola felice della Basilicata di Rocco Papaleo, ma ancor più quella narrativa di Gaetano Cappelli, i quali proprio a partire da temi grotteschi e periferici si sottraggono con intelligenza e ironia alla grande deflagrazione del Sud - proprio perché di altro Sud probabilmente si tratta –pare che non si possa fuggire e sfuggire dallo spappolamento, dallo sgarrupamento e dalle devastazioni, anche visive, di Scampia o dello Zen… … E va bene che gli Dei ci danno le sciagure perché i poeti abbiano di che cantare, come cantava il vecchio Omero, ma siamo ancora lì, incaprettati dal servaggio stretto dei temi e delle scelte narrative imposte dal mero dato reale. Vittime del ristagno storico e della putrefazione del sociale che limita e vincola le scelte artistiche. Neanche una forma visiva “altra”, ironica e intelligente - una mera scappatoia, lo so, rispetto al dato angosciante del reale incombente - pare sia possibile approntare utilizzando magari i codici retorici e visivi, ad esempio, delle seduzioni e degli abbandoni di una Sicilia vista con gli occhi partecipi e umorali di un Germi… Né mafia e camorre né morti ammazzati insomma, ma Mimì metallurgici, basilichi, eros sottocutaneo come ai tempi di Malizia e tanta godibile ironia come nella tradizione visiva del grottesco bisbetico di una Lina Wertmüller…

Il sottoproletariato urbano meridionale è lo strato sociale che tuttora impone parlate, cibi, stili di vita, pensieri, spari e sangue, voti ed ex voto a tutto un contesto sociale e antropologico, ed è alla fine quello che si impone anche visivamente e tematicamente. E ciò, sia che tale populace venga “trattata” nelle forme glamour e à la Broadway del rap di Tano di Roberta Torre, sia che patisca una sorta di estetismo erotico alla Aurelio Grimaldi (o lo chic e choc di Dolce & Gabbana che è il Von Gloden possibile dei giorni nostri), sia infine che venga ritratta nelle forme secche e tutt’altro che neorealiste del cinismo documentarista di Ciprì e Maresco ( il cui ultimo film È stato il figlio è l’approdo sintetico, la crasi, del voltaggio realistico e “serio” di un attento osservatore come Roberto Alajmo e delle forme spastiche del cinico tivù, ora cinico-cinema di Daniele Ciprì).

E d’altronde… non puoi inventarti Uppsala a Partinico, né quinte esistenziali al quartiere Librino. E questo è vero. Ma il sospetto di un saputo saprofitismo letterario e cinematografico nella “selezione epica” dei temi e degli scenari … la tranche de vie che non ha ancora finito di palpitare nella realtà e già sussunta e “arruolata” nel film … il passaggio dall’immediato al mediato senza ulteriori decantazioni, live, cotta e mangiata, sperando che neanche un “fotogramma” del reale si sprechi nella ritraente carrellata cinematografica, e tutto il mondo ritratto riceva un flash al fulmicotone che fissi nel frame della pellicola l’iridescente e dolorante modalità del visibile… L’enzima di piacere estetico secreto pensando a “quelli” di Venezia e procurato, grazie alla e ai danni della, sofferente realtà ritratta… tutto ciò dà l’idea di una disperante e permanente (da qui all’eternità quanto meno) forma immobile dell’essere, senza “altri” possibili sbocchi narrativi e visivi, nel reale e nell’artistico, nell’immediato e nel mediato… Una permanente camera con vista spalancata su inferni danteschi che ci condanna a un concentrazionario sequestro emotivo, impossibilitati a fiatare e a sfiatare… E, per altri aspetti, più intimi e personali, una sorta di punizione aggiuntiva inflitta a chi è nato sotto il Volturno…

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