Giulia Valsecchi
Cineteatrora
25 Ottobre Ott 2012 1428 25 ottobre 2012

L’Hamletas di Nekrosius? Evergreen rock

È curioso che a quindici anni dal debutto dell’Hamletas di Eimuntas Nekrosius venga in mente Peter Brook: «Shakespeare è un pezzo di realtà». E ancora: «Un testo di Shakespeare non è più lungo di un qualsiasi altro testo, un paragrafo è lungo quanto un paragrafo di un giornale dei giorni nostri; ma la densità - la densità dell’istante -, è quella che ci interessa più di ogni altra cosa. Questa densità teneva conto di numerosi elementi e prima di tutto di un linguaggio immaginifico, ma anche delle parole, parole che assumevano una dimensione straordinaria per il fatto che non erano semplicemente dei ‘concetti’».

La disciplina e la lingua di Nekrosius hanno un’origine in drammaturgie svolte come patrie, suoli vergini in cui il maestro di Vilnius rintraccia una logica interna all’arte e a suo dire nient’affatto complicata. Le trame shakespeariane si accavallano sul filo di una resistenza simbolica incapace di sbracare, e la compagnia Meno Fortas ne ingaggia lo spirito, la fibra totalizzante fondendo tra loro gli elementi: acqua, aria, terra e fuoco. Ma più di tutto ghiaccio, acqua come pioggia e veleno, fino a un trono regale che si accende. I margini delle figurazioni sconfinano in una carica poetica complice di gestualità che hanno il coraggio di moltiplicarsi, di proliferare in azioni a incastro perfetto. Quel che Nekrosius chiama «polifonia» scorre in Hamletas come corrente che, tra le follie labili e disperanti del principe di Danimarca, cavalca essere e non essere già nella natura ibrida del protagonista, Andrius Mamontovas, nota rock star lituana.

In una tre giorni di repliche piene al Teatro Franco Parenti di Milano, Hamletas ha vestito nuovamente i panni di un vendicatore incompreso con le braghe calate, in attesa che la madre Gertrude provasse a salvarne malamente la dignità. Claudio, il patrigno assassino, ha continuato ad avanzare da spaccone sbraitando e reggendo calici sproporzionati, spaccando il ghiaccio appeso a un candelabro pendente dall’alto di una ruota dentata. Da lì era ed è pioggia perenne, materia che simula l’annegamento di Ofelia nella sua gonna smeraldo poco prima del delirio amoroso che le sarà fatale. Il suo rifiuto di fronte ai sentimenti di Polonio precede la fine di questi che origlia da dentro un baule, ripiegato come sa stare solo chi serve tutte le guaine del potere.

In disparte, la vicenda di Rosencrantz e Guildestern, come la fede nell’amicizia di Orazio a contrasto con un Amleto assoluto e cieco, bendato alla maniera di Edipo. Il suo pugnale è dentro una lastra di ghiaccio posatagli sotto i piedi dallo spettro del padre: dal gelo proviene lo spirito del vecchio avvolto in una pelliccia bianca e muto su una sedia a dondolo, da lì si evocano il rischio e la distruzione della carne del figlio finito da una spada avvelenata. Ogni tormento è percosso dalla musica di Latenas che invade il buio o sorprende con interludi, mentre le pagine dei guitti e dei becchini sono acrobazie cui Amleto soffia in faccia il carbone: suo compito è ossequiare il dolore addossando al dramma la coscienza sporca del re usurpatore.

E proprio perché ogni attore è ospite di un’immaginazione, la veste bianca del principe è carta che si sfalda sotto l’acqua, il destino di Ofelia e del fratello Laerte una bara pesante che a ogni ingresso scarrozza il proprio monito. Le loro teste si rompono come noci di cocco e le mani tese dalle quinte per afferrare spade o confondere la mente sono le stesse che blandiscono re Claudio poco prima di vederlo morire avvelenato.

Se allora la grandezza del bardo è fare di questa tragedia la memoria del mondo «giardino non sarchiato che va in seme», a Nekrosius spetta la maestria di assimilare nei giochi di respiro e nelle ironie, che mostrano l’altro sempre più nudo e obliquo, la natura di un duello interiore fatto di colpi su tavole di ferro divenute all’occorrenza bastioni e rintocchi assordanti. Lo stesso ruotano quinte nere agitate da un becchino poco prima che cali il silenzio, ma non è sipario finché il corpo di Amleto non viene adagiato sulla pelliccia del padre, e finché questi non torna per piangerlo.

Proprio l’umanità che si spezza, che stenta nell’equilibrio o brucia nel dominio è il rovescio della medaglia di Hamletas. Al teatro va l’identica sostanza dell’acqua che lava o riflette le spirali più ineluttabili, denti di una ruota cui resta appesa la sagoma vuota di una pelliccia.

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