Spin Doctor
28 Ottobre Ott 2012 1940 28 ottobre 2012

Silvio il comunicatore? Non più

La scena è di nuovo, ancora una volta, tutta per lui. Nel giro di pochi giorni dice tutto e il contrario di tutto, oscurando qualsiasi altra notizia dell’agenda politica.

Silvio Berlusconi è stato soprattutto questo, un grande comunicatore. Non perché avesse tre televisioni e svariati giornali e riviste, come hanno sostenuto per decenni i suoi oppositori. Ma perché è sempre stato un profondo conoscitore delle dinamiche comunicative, soprattutto quelle televisive. I tempi, i codici, i toni, i modelli culturali, gli immaginari. In fondo la televisione, quella commerciale, l’ha inventata lui. Quella tv commerciale che ha plasmato generazioni di italiani, dal Drive in a Maria De Filippi.

L’ex premier è sicuramente riuscito a tenere un Paese sospeso ad ogni sua parola. Tutti a chiedersi: si ritira, non si ritira, forse si ritira. Per qualcuno è stato un suo merito comunicativo, secondo me non poteva essere altrimenti. Stiamo pur sempre parlando di colui che ha determinato nel bene e nel male gli ultimi vent’anni del nostro Paese. Non di uno qualsiasi.

È nella qualità della comunicazione che ha prodotto negli ultimi giorni che si sono visti i segni tangibili non solo di una strategia comunicativa confusa e improvvisata ma della totale assenza di appeal comunicativo.
Lo schema narrativo proposto dal cavaliere è sempre lo stesso: la sua storia personale che diventa destino di un intero Paese. Nel 94 era una storia positiva: la sua competenza (saper fare) veniva messa a disposizione dell’Italia, lui era l’eroe positivo che da una posizione altra (e soprattutto più alta) rispetto alla politica e al destino del paese “scendeva” in campo. La chiave era la speranza, fondata su una nuova stagione di libertà e ottimismo, realizzabile grazie alla sua competenza messa a disposizione degli italiani.

Nella conferenza stampa di Gernetto è invece una storia negativa: in questo caso è la politica che viene messa a sua disposizione, per risolvere un problema personale. La chiave non è più la speranza ma il livore, la rabbia, la volontà di vendetta.

L’osmosi pubblico-privato che ha segnato fin dall’inizio la narrazione politica berlusconiana raggiunge così il punto più alto del proprio compimento nel ribaltare il rapporto strumentale tra B. e la politica. Nel 94 era lui lo strumento di un nuovo progetto politico per l’Italia. Sabato invece era la politica uno strumento per B. per risolvere i propri problemi giudiziari.

Analizzando quanto successo negli ultimi tre giorni quello che emerge in maniera evidente, come detto, è la mancanza di una strategia.
Il comunicato stampa con cui annunciava il proprio ritiro era efficace. Forte nei contenuti, coerente nei toni, segnava il passo finale, o presunto tale, di un percorso politico e comunicativo segnato da mesi di silenzio e sottoesposizione mediatica del Cavaliere.

Il videomessaggio di sette minuti e mezzo pubblicato il giorno dopo è stato invece un errore. Anche perché essendo già circolato il testo, una volta capito che non avrebbe detto niente di nuovo, l’attenzione si è concentrata su di lui, sul suo corpo, sulla mimica facciale. E lì è emerso un volto tirato, stanco, contrito, un’esposizione poco efficace e fluida. Silvio B, colui che sul proprio corpo ha costruito il proprio modello di leadership non poteva uscire di scena attraverso un testo scritto. Ma proprio perché profondo conoscitore delle dinamiche comunicative e, soprattutto televisive, doveva rendersi conto che l’esposizione visiva avrebbe dato l’immagine di un uomo in evidente difficoltà.

Nella conferenza stampa di Gernetto, al di là dei contenuti, questa impressione si è addirittura accentuata. Il grande comunicatore va in affanno, sbaglia le prese di fiato, ha dei momenti di vuoto. Il punto più basso dell’immagine di B. è quando chiama accanto a se, in conferenza stampa, Ghedini, suo avvocato e collega di partito, a mischiare ancora una volta le carte tra pubblico e privato. Ghedini sembra una sorta di badante che addirittura gli suggerisce le cifre in più passaggi evidenziando l’immagine di un uomo solo, in difficoltà, nemmeno troppo lucido.

Sui contenuti la mancanza di strategia è ancora più evidente. Una conferenza stampa lunghissima e alla fine la domanda è: quindi?
di concreto non ha detto niente, non ha fatto una proposta precisa, non ha sciolto un
solo nodo. Ha ribadito l’intenzione di non candidarsi a premier ma che farà una battaglia per riformare la giustizia. Come? Con chi? E il PDL? E le primarie? Non è dato sapere.
Il passaggio più lineare e netto lo fa nei confronti di Monti. Peccato che appena pochi giorni prima aveva detto esattamente il contrario, esprimendo un elogio nei confronti del presidente del Consiglio e dei suoi collaboratori.

Sono passati 20 anni da quel 1994 in cui un fulgido Silvio Berlusconi varcava la soglia per diventare un politico di professione. Di mezzo vittorie e sconfitte, processi, scandali, e chi più ne ha più ne metta.
Ma Silvio il comunicatore doveva pretendere per se stesso una fine migliore.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook