Fabio Brinchi Giusti
Parlare con i limoni
29 Ottobre Ott 2012 1933 29 ottobre 2012

Intolleranza a Cinque Stelle?

E' ormai su tutti i giornali la mail che il Movimento Cinque Stelle milanese ha diffuso alle principali redazioni. Un dettagliato glossario in cui si spiega, con paziente irritazione, ai giornalisti le parole giuste con cui esprimersi quando si parla di loro.

I Cinque Stelle notano, a ragione, che la loro formazione sarà sempre più spesso al centro di articoli ed editoriali, vista la crescente affermazione elettorali delle loro liste da Nord (vittoria alle amministrative di Parma) a Sud (primo partito in Sicilia). Quindi scrivono: "E' necessario che il VOCABOLARIO (il caps lock è tratto dal testo originario) di riferimento usato da voi media sia coerente e corretto."

E' errato quindi parlare di "partito" e "leader", il Movimento non è neanche un movimento ma una "forza politica" e gli eletti sono "portavoce". Grillo non è il leader ma il "megafono". Loro non sono "grillini" ma "attivisti" (anzi ATTVISTI).

Chiunque scrive sa bene che le parole sono importanti. Un aggettivo e talvolta anche un avverbio possono fare la differenza. Orientare il lettore, dare un preciso senso ad uno scritto. Per questo la libertà di scegliere le parole da usare dovrebbe essere un diritto intoccabile dello scrittore.

La politica, da sempre, cerca di condizionare l'uso delle parole. Si potrebbe ricordare, ad esempio, l'abilità berlusconiana nel far denonimare, per esempio, la riforma della giustizia "processo breve". Se si pensa a quanto sia impopolare la lentezza dei tribunali italiani, una riforma che si chiama "processo breve" ha certamente, almeno in superficie, un impatto tutt'altro che negativo sull'ascoltatore.

Il fascismo, poi, emanò decine di leggi per l'intregrità linguistica degli Italiani, conducendo una lotta senza quartiere ai termini stranieri: i bar diventano "mescite" o "qui-si-beve", il tennis "pallacorda", il club "consocazione", il caschmire "casimiro", il bunker "fossa di sabbia", il cocktail "arlecchino".

George Orwell, in "1984" raccontava i celebri manifesti del regime con gli slogan che stravolgevano il senso delle parole: "la guerra è pace" o "la libertà è schiavitù". Come in ogni altra cosa, il controllo del regime di 1984 sui termini da usare è tale da inventare una vera e propria neolingua, con il fine ultimo di impoverire il linguaggio e bloccare la nascita di un pensiero alternativo.

Sarebbe sbagliato dare un peso orwelliano a questa gaffe dei grillini milanesi. Ma pretendere di imporre agli altri le parole della loro propaganda, lascia trasparire una mentalità tutt'altro che aperta e tollerante alle idee altrui. Una concenzione di sé stessi come i "migliori", che li autorizza ad insegnare agli altri come fare il loro mestiere e dare lezioni con sufficienza a chi non segue con silenziosa convizione il Verbo.

Non c'è dubbio che se gli attivisti vogliono davvero cambiare l'Italia e dare il colpo di grazia alla moribonda e puzzolente Seconda Repubblica, dovranno al più presto auto-educarsi al rispetto e alla tolleranza. A non avere paura delle parole ("Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d'avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?" cit.) ma piuttosto della propria coscienza. E capire che una forza che non sopporta i concetti base della democrazia, non sarà mai una vera e autentica alternativa.

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