Città invisibili
29 Ottobre Ott 2012 1413 29 ottobre 2012

Thilafushi, la pattumiera delle Maldive

Altro che ottavo colle di Roma! Niente di paragonabile con la “nostra” Malagrotta. Napoli, le sue strade, le sue piazze, coperte di rifiuti, un assai vago raffronto. Dall’altra parte del mondo, in pieno “paradiso terrestre” montagne di bottiglie di plastica, esalazioni di piombo, mercurio e amianto che si riversano nell’ambiente sottomarino. Una storia che si dipana al centro dell’Oceano Indiano. In uno degli atolli delle Maldive. Nell’isola di Thilafushi. L’atollo meno noto, più chiacchierato e più inquinato dell’intera repubblica. Nata per volere del governo locale da un progetto del 1991 e realizzata sulla laguna omonima nel 1992, da anni l'isola artificiale che fa parte dell'atollo di Kaafu e che dista pochi chilometri dalla capitale Malè, è diventata l'isola dei rifiuti più grande del mondo.
Un'isola di immondizia cresciuta dentro un paradiso tropicale che ora rischia di offuscare la bellezza incontaminata dell'arcipelago delle Maldive. Il prezzo del turismo europeo attratto dalle spiagge bianche incontaminate. Uno scandalo ambientale a lungo tenuto all'oscuro dei media. Nel 2009 proposto all’attenzione generale da un articolo pubblicato sul quotidiano inglese The Guardian e dalle campagne di sensibilizzazione promosse dell'Ong locale Blue Peace.
Thilafushi è una lingua di terra sottile immersa nell'oceano cristallino che si estende per una lunghezza di sette chilometri e una larghezza di duecento metri circa. Sulla quale, ogni giorno, vengono scaricate, sepolte, bruciate circa 400 tonnellate di rifiuti. Prodotti, soprattutto, a Malè. Ma non solo. Anche dall’intero arcipelago. Resort compresi. Quella che doveva essere la discarica dei soli 300mila abitanti maldiviani è diventata presto l'isola dei rifiuti più grande dell'Oceano Indiano iniziando ad accogliere anche l'immondizia prodotta dai circa 10mila turisti che ogni settimana sbarcano a Malè. Così, pian piano, giorno dopo giorno, “scarico” dopo “scarico” Thilafushi è un incubo ecologico.
I rifiuti, soprattutto quelli prodotti dai turisti italiani, inglesi e tedeschi, trasportati via mare fino a Thilafushi, smistati a mano dai lavoratori della discarica, sono bruciati negli inceneritori dell’isola. Cioè in fosse di sabbia. Il problema si è accentuato con l’aumentare dei rifiuti elettronici. Specialmente batterie usate, cellulari e computer. La discarica appare tutt’altro che sicura. L’immondizia viene relegata tra mare e sottili strati di sabbia. Quanto basta perché, se dovessero innalzarsi le acque, la dispersione delle sostanze tossiche in mare, sarebbe incontrastata. Da qui le sostanze inquinanti potrebbero entrare nel livello inferiore della catena alimentare attraverso le alghe, il plancton e i pesci. Senza contare che anche il patrimonio della barriera corallina rischierebbe di risentire negativamente della presenza di queste sostanze inquinanti disperse nelle acque.
Le colonne di fumo che si alzano dalla discarica segnalano da lontano Thilafushi. Mentre sugli atolli anche vicino si offre al turista la cartolina acquistata in un’agenzia di viaggio. Un paradiso di acqua e sabbia, nel quale sembra esistere solo la Natura. Di quell’ecosistema nel quale l’antropizzazione non sembra aver mutato nulla, Thilafushi sembra giocare il ruolo di passivo garante. Su quell’isola quasi nascoste le “brutture” che non possono (e non debbono) trovar posto altrove. Almeno fino a quando la Natura deciderà di ribellarsi, facendo materializzare un nuovo disastro ambientale. Forse, solo allora si comprenderà il vecchio azzardo.

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