Giulia Valsecchi
Cineteatrora
30 Ottobre Ott 2012 2204 30 ottobre 2012

Il filo di Arianna è una terra desolata di madri e regine

Esiste una fierezza grande che accomuna pochi interpreti, una specie di calco impresso nell’osservatore e tribunale vivo di una scena capace di erompere, ma anche cullare poeticamente. Sono le miscele imperscrutabili di chi sa invadere un testo e già elevarlo, farne materia grezza che si affina in una lingua propria fatta di simboli, richiami, echi mitologici dove l’istinto che ascolta insegue più la pulsazione della storia che non la sua ricostruzione per cause ed effetti.

Nella drammaturgia solipsistica e universale dei Tre Lai di Giovanni Testori - tre monologhi dedicati ad archetipi della perdita femminile come madre o amante regale - si impongono, prima di tutto, l’invenzione linguistica e la visione dell’amore contrapposto all’orrore della sua fine. Un intrico di disonore e abbandono con l’eredità del suicidio di Cleopatràs, regina egiziana di Lombardia, fino al dramma del Cristo della Valassina per voce di Mater Strangosciàs. In mezzo, sopravvive il grido di Erodiàs respinta da Giovanni Battista-Giuàn e l’attesa prima e dopo la decapitazione nel vuoto senza soluzione.

A tentare l’incipit e il finale della trilogia-testamento di Testori è Arianna Scommegna, protagonista di un atto unico per l’ottima regia di Gigi Dall’Aglio. Una Cleopatràs tra sgabelli di legno e veste candida su cui versa pitture per narrare di un regno che abbraccia il ramo del lago di Como e poi scende giù. Attraverso la stessa geografia, la regina si rivolge a un fantoccio d’Antonio-Tuniàs componendone occhi, naso e orecchi con ortaggi e foglie. Un ritratto d’Arcimboldo che fa sorridere nel ricordo dello zuffetto con barba di granoturco, ma anche tremare di tradimento quando la vedovanza della “reina smartoriada” è un sentimento pavone, una smania d’amplesso giocoso che fa simile la passione divorante alla bara o cestino con l’aspide nascosto tra le pannocchie. L’isola di Cleopatràs è sabbia arida, confine di isolamento che la rende inconsolabile e maldestra agli occhi della luna indifferente.

Il mento sollevato di Arianna e gli occhi che insultano l’abitante notturna del cielo, come le spettatrici vogliose o i maschi triviali, disegnano la conca di un teatro che è reggia infetta e rinuncia a una corona per un vincitore ingrato. Antonio è l’invasore della divinità e il responsabile del niente che la lingua mescolata agli idiomi lombardi, agli echi danteschi e latini dichiara nel corpo femminile che ferisce l’aria levando alto l’ascolto della platea.

Nonostante il solco posto a metà da Testori sia un’altra femminilità di dominio, subito dopo Erodiàs, l’isola della fine è un focolare derelitto con una stufa, una bottiglia di vino rosso posata a terra, una sedia a dondolo e un’altra con ali che rievocano l’Annunciazione. Maria-Mater Strangosciàs fa il suo ingresso nei panni scuri di chi ha le mani gonfie di terra e impasti da far lievitare. Come per Cleopatràs, ogni strumento testoriano è azione: non più colate di pitture, ma preparazione del volto di pane del figlioletto “inciso e incidato”. Una fisarmonica accompagna ora al posto di un violoncellista-garzonetto sedotto e atterrito le voci che sono della “mammetta” e del Cristo “trafitto e trafittato” sulla croce, spensierato soltanto nei ricordi di qualche gioco alla cascina.

La memoria pittorica rimanda a Le due madri di Segantini, con l’unica luce del fuoco e il sonno affaticato della maternità china sul proprio frutto: la capanna e il sangue del parto, la fatica dell’essere messi alla prova che non è la “ciavada” degli impulsi sessuali, ma il marchio della disgrazia per un bene sconosciuto che strangola e a cui però va devozione eterna. Arianna è Maria che compone il ritratto di pasta del Figlio e, dopo aver sollevato il canovaccio, ne mostra la Sindone con tracce d’olio sul cotone. Quando infine l’impasto è cotto, se ne ciba come in piena tradizione cristiana e la regia incalza sapientemente la scrittura dichiarando più forte di prima che Mater, in fondo, non è avvezza alle scene e nemmeno alla tragedia dell’uomo-Dio.

Serve piuttosto tirare un sipario sulla sua terra desolata, un velluto rosso con il primo lembo conficcato nella sedia alata dell’arcangelo fisarmonicista: là dietro stanno tutte le versioni del mondo, dal potere alla carezza. Se esiste un senso o “una sensada” nel dolore della vita messa al mondo e amata, le rime, i lazzi l’angoscia della “laiada” di Testori oggi ne parlano meglio di qualche anno fa, quando a farsene interprete fu Sandro Lombardi, abilissimo eppure più freddo coreuta, colto eppure forse troppo formale ambasciatore delle cupezze e dei tardi aneliti cattolici di Testori.

Con la lingua rivisitata in corpo famelico, nervo e ferita da Arianna Scommegna resta invece scoperta la sacralità di una trilogia che all’umano attinge e ritorna sconfitta. Ma anche la docilità dell’amore dato come salvo nell’annullamento, al punto che solo in un’attrice che sente può modellarsi e commuovere ancora la versione di Jeanette Winterson in Scritto sul corpo: «Perché è la perdita la misura dell’amore? Non piove da tre mesi. Gli alberi scavano sonde sottoterra, inviano radici di riserva nel suolo arido, radici di riserva nel suolo arido, radici che aprono come fossero rasoi ogni vena gonfia d’acqua.

I grappoli si sono appassiti sulle viti. Ciò che dovrebbe essere turgido e sodo, resistente al tatto per aprirsi in bocca, è spugnoso e piagato. Quest’anno non avrò il piacere di rigirare gli acini bluastri fra indice e pollice e di impregnarmi di muschio il palmo della mano. Perfino le vespe sdegnano quelle esili gocce marroni. Perfino le vespe, quest’anno. Non è sempre stato così.

Penso a un certo settembre: Colombaccio Farfalla Rossa Messe Gialla Notte Arancio. Dicesti: «ti amo». Com’è che la cosa meno originale che sappiamo dirci è tuttavia la sola che desideriamo sentire? “Ti amo” è sempre una citazione. Non sei stata tu a dirlo per la prima volta e nemmeno io, eppure, quando lo dici tu e quando lo dico io, siamo come dei selvaggi che hanno scoperto due parole e le venerano. Io le ho venerate ma adesso mi ritrovo nella solitudine di una roccia scavata dal mio stesso corpo».

da giovedì 1 novembre a domenica 4 novembre
Compagnia Atir

CLEOPATRÀS E MATER STRANGOSCIÀS – ATTO UNICO

di Giovanni Testori

Con Arianna Scommegna, regia Gigi Dall’Aglio, al violoncello Antony Montanari (Cleopatràs), alla fisarmonica Giulia Bertasi (Mater Strangosciàs) scene Maria Spazzi

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