Alfio Squillaci
La Frusta Letteraria
1 Novembre Nov 2012 1403 01 novembre 2012

Halloween non è più Ognissanti come Babbo Natale non è più il Natale

Alle tre del pomeriggio della vigilia di Natale del 1951, in rappresentanza di tutte le famiglie cristiane della parrocchia desiderose di lottare contro la menzogna, 250 bambini bruciarono Babbo Natale sul sagrato della chiesa di Digione. «Questa spettacolare esecuzione - annotava il cronista di France Soir – si è svolta (…) in accordo con il clero che aveva condannato Babbo Natale come usurpatore ed eretico. L’accusa rivoltagli era di paganizzare la festa del Natale e di essersi insediato in essa come un cuculo occupandovi sempre maggior posto. Gli viene rimproverato soprattutto di essersi introdotto in tutte le scuole pubbliche da cui il presepio è scrupolosamente bandito».


«Ma la Chiesa non ha certamente torto quando denuncia, nella credenza in Babbo Natale il bastione più solido e uno dei focolai più attivi del paganesimo nell’uomo moderno». Con queste parole non certo pronunciate da un Monsignore , si chiudeva un saggio di Claude Lévi-Strauss intitolato “Babbo Natale suppliziato” apparso sul n, 77, marzo 1952, della rivista “Les Temps Modernes” da cui abbiamo ripreso quelle notiziole in esordio. Anche se poi Lévi-Strauss aggiungeva perfido: «Resta da sapere se l’uomo moderno non può difendere anche lui i suoi diritti di essere pagano». Diritti al paganesimo veementemente invocati peraltro agli inizi dal movimento della Lega con le sue ampolle e i suoi matrimoni druidici o celtici per poi rifluire in quest’ultimo scorcio della sua vicenda politica su posizioni sospettamente ultraortodosse. ("I leghisti invecchiano" si potrebbe dire parafrasando il titolo di un’opera di Vitaliano Brancati).

Al falò del sagrato seguì un dibattito furioso tra credenti e anticlericali con risvolti singolari che possiamo utilizzare anche per il mini dibattito che si svolge ogni anno in Italia sulla diffusione di Halloween, che però va detto non è stata fino a ora così travolgente e irreversibile come quella di Babbo Natale. Scriveva Lévi-Strauss:

Gli anticlericali tradizionali si sono accorti dell’insperata occasione che veniva loro offerta: sono stati essi a Digione e altrove a improvvisarsi protettori del Babbo Natale minacciato. Babbo Natale simbolo dell’irreligione, che paradosso! In questa faccenda infatti le cose si svolgono come se fosse la Chiesa ad adottare uno spirito critico avido di franchezza e di verità, mentre i razionalisti diventano i custodi della superstizione.

Insomma, la festa celtica e sicuramente pagana di Halloween ha soppiantato la cristiana Ognissanti, ma abbiamo dimenticato o abbiamo imparato a tollerare o forse anche a intenerirci nel frattempo per quel Babbo Natale che ancora sessant’anni fa veniva sottoposto ad autodafé sul sagrato della Chiesa di Digione. In effetti ancora più grave doveva apparire la contaminazione paganeggiante del la figura del vecchietto vestito di rosso, risalente a una fusione sincretica di tradizioni che affondano le radici nei Saturnali romani, passando per san Nicola (Santa Klaus) o lo Jul scandinavo, che aveva finito con il sovrapporsi alla solenne ricorrenza della nascita del Salvatore nientemeno. Un Babbo Natale che si affiancava per di più all’uso ornamentale del vischio, del pungitopo e all’addobbo di un abete sicuramente simbolizzazione illanguidita dell’originario culto dell’albero -divinità proveniente dalla Germania e poi diffusosi in Inghilterra e da qui negli Stati Uniti, e che noi in Italia abbiamo cominciato ad affiancare al presepe a volte o a piantarlo addirittura, grazie all’avvento di Papi nordici, sul sagrato di San Pietro.

Ma se si fa attenzione non è stato solo Babbo Natale o Halloween a segnare quel prepotente processo dell’egemonia culturale anglosassone sul pianeta. Ricordo che le saghe nordiche degli elfi e coboldi - non solo il ciclo di Tolkien ma anche quello di Harry Potter (saghe cui non sono estranee certe derivazioni iconografiche dei roker con quei capelli fluenti, i saltelli indiavolati sul palco tra luci e fumi colorati mentre imbracciano una chitarra elettrica) - hanno soppianto da decenni ormai nell’immaginario occidentale le Naiadi o le Oreadi, le Ninfe o i Tritoni mediterranei. È noto che chi vince o manifesta più forza prende il piatto e impone il proprio immaginario, i propri usi e costumi, le proprie narrazioni. Avessero vinto gli spagnoli ai tempi dell’Invincible Armada avremmo avuto le spade di Toledo su quelle di Wilkinson, i cupi e teologici personaggi spagnoli ritratti da Zurbaran sui gentleman inglesi e le lady diafane con il loro tè alle cinque (bevanda importata dai confini dell’Impero) e i loro vini di meditazione ( strappati alle tradizioni locali in giro per l’Europa, dal Porto al Madeira al Marsala).

E se si guarda ancora meglio da vicino, il fenomeno non è solo in una direzione. A chi non è capitato di vedere la scritta “pizza” nei posti più sperduti del pianeta? Voglio dire che l’omologazione culturale non è a senso unico e non riguarda solo l’immaginario e le narrazioni filmiche, ma anche il cibo, che pure reca con sé una sua speciale narrazione sottostante. È successo che i popoli del mondo hanno cominciato a votare con la pancia in una sorta di plebiscito planetario sui cibi o sulle bevande: i tedeschi e i nordici in genere hanno imposto la birra sul vino (che si è affiancata senza soppiantarlo tuttavia) o i wurstel, adesso vediamo che è il momento del kebab o dei falafel, come lo fu del pop corn a metà degli anni Settanta e come agli inizi degli anni Sessanta fu la volta di quel dolce lievitato con canditi e uva passa, quel plumcake gigante - stiamo parlando del panettone milanese (o meglio longobardo e germanico) - che si impose in tutto lo Stivale sulle ricche e altrettanto gustose tradizioni culinarie locali con tutta la sua forza di produzione industriale, fondando a sua volta una nuova tradizione. Tutto il mondo si sta omologando. Chi è più forte, ma non solo tecnologicamente o politicamente - visto che anche il duodeno trova i suoi percorsi - si impone. È come un gigantesco minestrone su cui galleggiano pezzetti di usi e costumi di ogni parte del mondo, fatalmente simile al brodo primordiale dal quale siamo usciti: un ritorno alle origini. Resistervi? Perché no: è dolce ed eroico farlo, sapendo di aver già perso.


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