A mente fredda
3 Novembre Nov 2012 1046 03 novembre 2012

100 post, ed è ancora come la prima volta, purtroppo

Questo è il centesimo post che pubblico su questo blog, da quando poco dopo metà marzo il direttore de Linkiesta, Jacopo Tondelli, mi ha proposto di aprire un mio spazio di riflessione e giudizio sulla realtà sociale che mi circonda. Approfitto della ricorrenza per un piccolo (e, avviso subito il lettore che possa rimanerci male, del tutto autoreferenziale) bilancio.

Ancora non mi è chiara la ragione di questa proposta, che mi è giunta inaspettata da parte di una persona che allora conoscevo solo di nome e con cui, ancora adesso, ho avuto contatti solo online. A differenza di gran parte dei blogger che collaborano alla testata con un loro spazio, non ho praticamente alcuna esperienza nel campo della comunicazione via web, né intendo svolgere in alcun modo la professione giornalistica. Io faccio, finché me lo conentiranno permettendomi di rinnovare contratti e assegnandomi borse, un altro mestiere, e anche qualora perda la mia posizione di ricercatore precario non ritengo che il giornalismo possa essere un'opzione: per fare seriamente una professione del genere, serve un'esperienza formativa che non ho ricevuto, e per quanto in Italia essere seri e preparati nel proprio lavoro non sia una condizione necessaria io non sento di poter scendere a patti con le mie aspettative proprio su questo punto.

Eppure, devo riconoscere che Jacopo deve aver visto qualcosa di giusto proponendomi di iniziare questa attività: nel giro di qualche mese, il mio blog è entrato tra i più letti dell'intero aggregatore, accomodandosi in compagnia di blog "storici", tenuti da redattori e gionalisti esperti, o comunque presenti sul web da ben prima del mio, e quindi divenuti ormai una consuetudine per i lettori.

Constatando questo risultato, la mia prima reazione è stata, non posso negarlo, di soddisfazione. I miei pezzi suscitavano interesse, a volte con polemiche roventi, ma in fondo far discutere è comunque positivo. Le mie idee potevano circolare, raggiungere un pubblico così vasto che prima non avrei mai potuto immaginare. Detto in altri termini, il fatto che anche i miei sproloqui più soporiferi abbiano suscitato interesse (condivise o meno che fossero le opinioni espresse) è stato un risultato inaspettato e sicuramente piacevole.

Ma c'è qualcosa che non va. Perché, come ho dichiarato nel titolo, mi sembra sempre che scrivere un post sia come la prima volta, e non mi riferisco a particolari emozioni o ansie. Voglio proprio dire che ormai, al centesimo di questi pezzi, mi sono accorto che i pur numerosi lettori che accedono alla pagina e si confrontano con quanto ho scritto lo fanno come se, prima, non avessi scritto mai nulla sul web. Un tema dove questo fenomeno si riflette con particolare intensità è quello di cui forse mi sono occupato in modo più specifico: il problema della riorganizzazione del reclutamento universitario. Se al novantanovesimo post tocco la questione, e tra i commenti leggo:

Dott. Mariuzzo...vuole divertirsi un po'? Vada a controllare quanti sono i figli di medici che nonostante un curriculum scolastico non soddisfacente riescono ad arrivare tra i primi posti nelle selezioni all'università di medicina. Non penso diventino dei geni all'improvviso e siano folgorati da illuminazione celeste giusto davanti ai test!

al di là del paragone un po' incongruo tra i concorsi post- dottorali di cui parlavo io e l'ammissione a posti di studio universitari, significa in primo luogo che ai lettori è sfuggito il mio tentativo di tematizzare l'analisi esposto fin dal primo dei miei interventi, poi riproposto e linkato laddove il riferimento era necessario.

Del resto, già il fatto stesso che gli utenti fatichino a riconoscere la specificità del mio prodotto di comunicazione web, prendendo i miei post per articoli e considerando me un giornalista che vuole spacciare per inchieste di cronaca testi che hanno tutt'altra funzione, è indicativo di un problema. Un blog è uno spazio che, quantomeno per il fatto di avere un unico autore o un numero molto ristretto di mani che vi intervengono, ha un suo spirito, porta avanti idee e riflessioni con una certa continuità post dopo post. Non cercare nemmeno di seguirne queste linee di sviluppo, neppure se vengono offerti i riferimenti per una contestualizzazione tramite link, ma prendere ogni testo come assolutamente autonomo, unico e progettato per essere tale, nella sostanza impedisce ogni sforzo di realizzare la circolazione di prese di posizione complesse e non immediate, che richiedono tempo e scritture ripetute per sedimentarsi.

E allora ogni volta mi chiedo: com'è possibile che migliaia di persone abbiano letto quello che ho scritto, magari lo abbiano condiviso e abbiano espresso il loro apprezzamento, oppure non si siano trovati d'accordo ma proprio per questo abbiano comunque riflettuto su quanto dicevo, e un mese dopo mi ritrovo a cominciare daccapo?

In un suo commento a un mio scritto, proprio Jacopo Tondelli ha sostenuto che alcuni dei miei interventi migliori potevano essere considerati elementi per una "battaglia culturale", ma sempre più spesso mi accorgo che non mi viene nemmeno data l'opportunità di combatterla, perché l'avversario (e spesso, cosa tanto più strana, anche chi interviene convinto di sostenermi, come un tale che tempo fa ha retwittato una mia riflessione sulla cultura umanistica leggendovi una difesa della "legge Gelmini") nemmeno perde tempo ad attaccarmi. Ultimamente, sempre più spesso mi sento come Sisifo alle prese col suo masso, o forse come un alpinista che ogni giorno scala una porzione di parete, va in tenda per la notte, e al mattino si risveglia a valle. Se, nonostante la frequenza con cui vengo letto, niente di quanto scrivo riesce a sopravvivere più di 2 giorni dopo la pubblicazione di un post, mi chiedo se valga la pena continuare, o quantomeno continuare a produrre contenuti nei termini che mi ero prefisso all'inizio. Sempre più chiaramente mi sembra che avrei ottenuto risultati più o meno identici se avessi passato il tempo a esprimere le mie opinioni quanto è bbona la Minetti (parecchio, giusto per la cronaca), e in quel caso, se non altro, mi sarei divertito di più...

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