The Ghost Writer
3 Novembre Nov 2012 1531 03 novembre 2012

L'ingenuità dei Radicali sfiora il sapore della libertà

Nel silenzio più o meno generale si sta celebrando in queste ore l’undicesimo congresso di Radicali italiani. Chi abbia avuto voglia e sufficiente curiosità di sintonizzarsi su Radio Radicale per seguirne almeno in parte i lavori non potrà a fare a meno di convenire su un dato innegabile: che i radicali sono unici e soli. Unici nella loro disarmante e colpevole ingenuità, e soli nel perseguire un metodo di lotta e nel continuare a esercitare pratiche di democrazia che possono sembrare fuori del mondo.

L’ingenuità di cui parlo, si badi, non è quella cui facciamo oggi comune riferimento, ma quella con la quale i romani definivano i nati liberi. Ed è colpevole questa ingenuità radicale perché a me sembra manchi della consapevolezza che era invece propria dei liberti, ovvero di quanti nati non liberi ottenevano in qualche modo l’agognata libertà. In definitiva i radicali sono sì liberi, perché si sentono e definiscono tali, ma spesso suggeriscono l’impressione di chi non abbia avuto modo di conoscere fino in fondo il sapore della libertà conquistata.

Ho scritto recentemente della dilagante concezione proprietaria con la quale i leader gestiscono i propri partiti ma ho fatto attenzione a non citare tra gli esempi i Radicali. Questo non perché ne siano indenni, anzi, ma piuttosto perché credo che si tratti di un caso molto particolare che sfugge a qualsiasi tipizzazione da catalogo. La tesi è brutale, e descrive un movimento le cui sorti dipendono interamente dall’umore e dal genio costruttivo o distruttivo del suo leader, Marco Pannella.
Nei fatti e per vari aspetti l’anziano leader è il proprietario di Radicali italiani, nella misura in cui il soggetto politico quasi platealmente si identifica con la sua guida carismatica. Un fenomeno che riguarda molti altri movimenti, ma che nel caso dei Radicali si manifesta in forme e metodi assolutamente singolari. Si tratta di metodi e forme che non assolvono il deficit di democrazia interna che determinano, ma che certamente pongono il caso dei Radicali su tutto un altro piano.

Se si ammette l’esistenza di un regno, non si può chiaramente negare l’esistenza anche di una corte. Ma lì non è pletora inutile, non è vago e untuoso salamelecco, non è tutta apatica servitù interessata, come altrove. I radicali celebrano ormai da anni un congresso che è muto per i giornali, perché non c’è notizia congressuale (salvo eccezioni) laddove l’elezione di un segretario si risolve in una nomina che è percepita – a dispetto della forma – come monocraticamente stabilita. Ma questi congressi muti dei radicali non sono congressi falsi. Il dibattito, che molto spesso si accartoccia fino all’incomprensibilità, esiste ed è reale. E a prescindere dal merito delle varie questioni, non si può non ammettere che raramente altrove si può assistere a un congresso che dibatte a prescindere dal potere interno o esterno. E davvero ne prescinde, perché di quello esterno non esiste neanche l’intenzione, e di quello interno si dà men che meno la possibilità.

Le lunghe ore degli appassionati congressi radicali, tuttavia, scorrono con difficoltà per via di un registro generale che suona a dir poco antico. Ed è un fatto che il caos dei meet up abbia fatto da viatico all’esplosione del grillismo, mentre la melma oratoria dei dibattiti-fiume è deflagrata nell’implosione. Da questo punto di vista i radicali si possono forse definire come degli innovatori con un debole per il vintage.

Non può tuttavia non costituire notizia la platea che in religioso silenzio ascolta ogni volta la criptica prolusione pannelliana. Non può costituire notizia il fatto che il vecchio leader abbia detto tante volte “vaffanculo” riuscendo a non farne un facile manifesto politico. Come non si può ridurre tutto alla retorica messianica o cedere alla semplificazione della setta svelata. I radicali fanno collezione di tutte le miserie umane, come avviene ovunque. E si può per questo odiarli anche molto profondamente, ma non gli si può negare il loro più alto motivo d’orgoglio, ovvero ammetterne la diversità. Perché diversi lo sono e anche banalmente, se si vuole infierire a tutti i costi, ma lo sono.

Il fatto poi che questa diversità non crei notizia non giustifica secondo me né la ridicola denuncia di una fantomatica censura né il sospetto di un complotto ordito dal “sistema partitocratico”. La verità è che i radicali sono apparsi molto spesso muti a causa della loro mutevolezza. Ed altrettanto si dovrà dire che sono stati in più occasioni incompresi per le ardite fughe in avanti come per gli incomprensibili ritardi che hanno accumulato.

La notizia, comunque, è quella che certifica la loro diversità, in virtù della quale continuano a parlare anche se davvero in pochi li ascoltano. O è follia o è la più alta forma di disinteresse terreno che la politica italiana abbia mai conosciuto. Di tale esempio non si possono che ringraziare.

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