(In)Clementi
5 Novembre Nov 2012 0537 05 novembre 2012

E ora guardiamo anche alle autonomie speciali. (*)

Alea iacta est. Il dado della riforma delle province, attraverso il decreto legge approvato dal Governo nell’ultimo Consiglio dei Ministri, è stato definitivamente gettato e sembra proprio che non si possa più tornare indietro da una progressiva riforma dei (numerosi) livelli territoriali di governo del nostro Paese, attualmente definiti dall’art. 114 della Costituzione

Con questo terzo decreto, infatti, si viene a definire il nuovo assetto delle province nelle regioni a statuto ordinario, completando così quanto già operato dal Governo su questo tema, dapprima con il decreto-legge n. 201 del 2011, il c.d. “Salva-Italia”, dove all’art. 23 si riformavano gli organi di governo e le funzioni delle province; e poi con il decreto n. 95 del 2012, quello relativo alla c.d. “Spending review”, che agli articoli 17 e 18 prevedeva, da un lato, i requisiti minimi demo-territoriali per il riordino delle province e, dall’altro, l’istituzione delle città metropolitane.

Questi tre decreti nei punti che ci riguardano, potrebbero apparire disconnessi tra loro, invece non lo sono. Anzi. Se composte insieme le singole parti si può notare con chiarezza il senso di un progetto coerente e armonico, al punto tale che, prendendo a prestito un’immagine del mondo dell’arte, si potrebbe dire che essi sembrano porsi come tre tasselli di un unico trittico, cioè di un’opera unitaria nella quale ogni pannello è coerente in sé ma lo è pure se visto nell’insieme.

Rispetto questo effetto potenziale (se non altro a prima vista), due effetti concreti invece avverranno, appunto, secondo le disposizioni di questo decreto.

Innanzitutto si prevede, dal 1° gennaio 2013, la decadenza di tutte le giunte delle province italiane e il Presidente potrà delegare l’esercizio di funzioni che residueranno a non più di tre Consiglieri provinciali; e poi, dal 1° gennaio 2014, diventeranno operative le città metropolitane, cioè gli enti che andranno a sostituire le province nei maggiori poli urbani del Paese, grandi “incompiute” del nuovo art. 114, così come novellato nel 2001 con la riforma del Titolo V.

Dunque, davvero sta cambiamento la geografia del nostro Paese e ha fatto molto bene il Governo a mostrare anche topograficamente la nuova “mappa” dell’Italia che si andrà a studiare il prossimo anno sui banchi di scuola.

Tuttavia, in attesa di una riforma costituzionale che abroghi definitivamente tutte le province e che dia completa copertura costituzionale alle scelte politiche operate dal Governo Monti, un punto importante non può essere eluso, a maggior ragione di fronte ad un testo che assai meritoriamente parrebbe “chiudere una storia”. E’ un tema che non esiste ancora sulla carta, ma che invece dovrebbe esistere proprio per le ragioni che opportunamente hanno spinto il Governo ad intervenire con acume ed urgenza sull’articolazione territoriale del nostro Paese.

Si tratta della riforma delle autonomie speciali, e dunque anche delle loro province.

Infatti, pur nella consapevolezza delle ragioni e del ruolo che riveste l’autonomia speciale e della potestà delle regioni autonome in merito, i motivi che dovrebbero spingere a ripensare anche tale autonomia regionale (e delle sue articolazioni interne, appunto) ormai superano pure quelli che, da tempo, la dottrina giuridica più avvertita evidenzia. Né si può attendere, come è avvenuto per la Sardegna con il referendum del maggio di quest’anno, che tutto accada “per via endogena”.

Ci sono, infatti, almeno due motivi che dovrebbero spingere alla riforma delle autonomie speciali (oltre a quello di favorire una razionalizzazione dei livelli di governo): perché ormai si opera nel contesto europeo che, per sua natura e per sua dimensione, stempera le ragioni che rendono speciali nel medesimo ordinamento alcuni rispetto ad altri; e perché, al tempo stesso, siamo sempre più in un ordinamento interno di tipo poliarchico, che fa della geometria variabile e dell’autonomia la cifra identificativa, appunto, per tutti i soggetti istituzionali.

Quindi, non basta soltanto tagliare loro i fondi, alla luce del nuovo art. 81 Cost.. Bisogna affrontare le ragioni odierne della specialità, senza timori né paure.

D’altronde, è noto: le riforme ordinamentali si consolidano solo se riguardano –o prima o dopo- tutto il Paese. Nessuno escluso.

Twitter@ClementiF

(*) articolo uscito su Il Sole 24Ore del 3 novembre 2012 a pag. 7.

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