Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
5 Novembre Nov 2012 0910 05 novembre 2012

Gli sporchi affari di Mitt Romney

Oggi ospitiamo un contributo investigativo di Davide Serafin. L'osservato speciale e' l'avversario di Obama. Vediamo di capire chi e', e i problemi che ha gia' avuto con l'Italia...

In queste Presidenziali 2012, l’Europa vi è entrata come paradigma negativo. Barack Obama, all’inizio della campagna elettorale, faceva intendere che la sua non brillante politica economica rifletteva l’andamento della crisi europea, causata in larga misura dalla titubanza della Germania nel salvataggio della Grecia, dalla riottosità dei falchi della BCE e della Commissione e della Troika a intraprendere politiche espansive. L’America non cresce perché l’Europa non cresce. Equazione molto semplice e immediata. In seguito Obama ha cambiato registro, confortato anche dal miglioramento di alcuni parametri chiave (uno su tutti, il tasso di disoccupazione, appena mitigato dalla creazione di 171.000 nuovi posti di lavoro nell’ultimo bimestre, crescita che è andata al di là delle aspettative, ferme a poco più di 120.000 posti).


D’altro canto, lo sfidante Mitt Romney si è guardato bene dall’indicare l’Europa come modello da seguire. Nell’ultima settimana, Romney ha collezionato ben due dichiarazioni in senso antieuropeo. Altri quattro anni di Barack Obama condurranno gli Stati Uniti in una condizione non dissimile da quella di certi paesi del sud Europa, come Spagna e Italia. E’ l’America sulla stessa strada della Grecia?, ha chiesto retoricamente Mitt Romney alla platea di un comizio in Roanoke, Virginia. Soltanto due giorni prima aveva citato come demerito di Barack Obama la vendita di Chrysler “agli italiani, che vogliono fabbricare la Jeep in Cina”. Una uscita che, secondo il Guardian, avrebbe causato reazioni smodate sui giornali italiani. Gli italiani accomunati alla Grecia proprio ora che pensano di “vedere una luce in fondo al tunnel” (cfr. Mario Monti). Il Guardian s’è divertito a titolare in questo modo: “Mitt Romney botches another Italian Job as anger linger over Bain coup”, letteralmente Mitt Romney ha fallito un altro “lavoretto all’italiana” mentre permane il rancore su un colpo di Bain. Ecco, fra Mitt Romney e gli italiani non corre buon sangue. Romney ‘persona non grata’, titolava Bloomberg ad Agosto, ripescando dagli archivi quella storia della privatizzazione di Seat Pagine Gialle del 1997, quella in cui Bain Capital, la compagnia finanziaria di cui Romney è stato CEO sino al 2002, ebbe un utile superiore a 28 volte il prezzo pagato al Tesoro.


Parlare di Romney e Europa ci porta direttamente a Roma. Era appunto il 1997 e i tecnici del Ministero del Tesoro preparavano la vendita dei gioielli delle telecomunicazioni, ufficialmente per abbattere il debito pubblico e consentire al paese di entrare nell’Euro. Un refrain molto noto da queste parti. I super tecnici del Tesoro erano personaggi del calibro di Vittorio Grilli e Mario Draghi, ancora oggi sulla cresta dell’onda e in posizioni chiave, direi, ma è chiaro che il nostro paese è la culla della gerontocrazia ed è normale che Grilli e Draghi abbiano fatto carriera indipendentemente dai loro insuccessi. Sì, perché la vendita di Pagine Gialle fu un fiasco, vista a posteriori.


In primis fu insider trading. Il Tesoro affidò a Lehman Brothers il ruolo di advisor per la vendita di Seat, e Mondadori, la quale temeva la costituzione di un colosso in campo editoriale e pubblicitario, indusse Panorama a pubblicare uno scoop circa le attività di insider trading di Lehman su Seat. La banca d’affari americana avrebbe infatti trattato titoli di Seat per almeno 20 milioni di azioni in soli quindici giorni, a cavallo di Gennaio-Febbraio 1997. Nella sua qualità di advisor era in aperto conflitto di interessi. Il fatto suscitò qualche perplessità e una interrogazione parlamentare, nulla di più, e forse ha spianato la strada alla Bain Capital di Romney.
A Febbraio 1997, infatti, il Tesoro depennò due degli otto pretendenti all’acquisto di Seat, e l’unico contraente ad avere i requisiti per l’acquisto era il trust costituito da De Agostini, Comit, e Bain & Co., la società di consulenza creata da Bain Capital, la cui filiale milanese era gestita da Gianfilippo Cuneo, uno dei fondatori italiani di McKinsey & Co. e amministratore della Cuneo-Investitori Associati (cfr. Bloomberg, 29 Agosto 2012). Bain investì circa 40 milioni di dollari, secondo un documento redatto da Investitori Associati, pari ad una quota del 16 per cento del gruppo, diventando così il secondo più grande investitore dopo Telecom Italia. Nel 2000, la Telecom Italia di Colaninno acquistò quel 16% (per fondere Seat e il portale Tin.it) pagandolo ventotto volte più di quanto fu pagato da Bain al Tesoro. Nel 2000 Romney figurava ancora CEO di Bain anche se si stava ufficialmente occupando dell’organizzazione delle Olimpiadi invernali di Salt Lake City. Bain fece transitare quindi una somma superiore al miliardo di dollari attraverso una serie di società con sede in Lussemburgo, senza pagare una lira di tasse in Italia. Tutto perfettamente legale. D’altronde questo è l’orientamento aziendale di Bain Capital (investimento in ambiti protetti e offshore) e forse, la compravendita di Seat fu il suo più grande successo.
Mark Maremont, in un articolo pubblicato su The Wall Street Journal nel Gennaio 2012, titolò "Romney at Bain: Big Gains, Some Busts", ovvero grandi guadagni e qualche fallimento. Uno studio su 68 offerte che Bain Capital aveva costituito fino al 1990, ha rilevato che l'impresa ha perso denaro o pareggiato guadagni e perdite almeno in 33 casi. Un altro studio, che ha esaminato un periodo di otto anni dopo il 1990, ha rilevato che, su 77 operazioni di acquisizioni aziendali, in 17 casi l'azienda acquisita è fallita e in 6 casi Bain Capital ha perso tutto il suo investimento. Ma dieci offerte hanno avuto molto successo e hanno rappresentato il 70 per cento degli utili complessivi.

Quando la scorsa settimana Romney ha paventato il rischio che “gli italiani” - ovvero Marchionne e il board Chrysler-Fiat - spostino la produzione della Jeep in Cina, molti non sapevano che Bain Capital aveva investito parecchi denari in delocalizzazioni di imprese americane nei paesi asiatici. In particolare, la stampa americana indipendente si è focalizzata su un aneddoto raccontato dallo stesso Romney sulla sua esperienza cinese. Era Maggio, e Romney intratteneva il suo pubblico a Boca Raton, in Florida:

"Quando ero di nuovo operativo nel mio Private Equity, siamo andati in Cina per comprare una fabbrica. Vi lavoravano circa 20.000 persone. Ed erano quasi tutte giovani donne di età compresa tra circa 18 e 22 o 23. Lavoravano per risparmiare denaro per potersi un giorno sposare. E lavorano in queste fabbriche enormi, costruivano diversi piccoli elettrodomestici. E poiché attraversavamo a piedi questo stabilimento, vedemmo il loro lavoro, il numero di ore lavorate al giorno, la miseria che guadagnavano, il vivere in dormitori con bagni piccoli. E le camere contenevano 12 ragazze ognuna. Tre letti a castello uno sopra l'altro. Hai visto, li avete visti? (Oh ... si, si!) E, e, e intorno a questa fabbrica c’era un recinto, un recinto enorme con filo spinato e torri di guardia. E, e, abbiamo detto oh mio Dio! Non posso credere che voi tenete rinchiuse tutte queste ragazze! Hanno detto, no, no, no. Questo è per evitare che altra gente entri dentro la fabbrica. Perché la gente vuole così tanto a venire a lavorare in questa fabbrica che dobbiamo tenerli fuori."

Mitt Romney crede a ciò che racconta? Paul Davidson, macroeconomista della Scuola Post Keynesiana, ha detto: “Romney ha trascorso la sua carriera praticando offshoring e la delocalizzazione dei processi di produzione americana - e dei posti di lavoro associati - in paesi come la Cina in cui il lavoro umano è remunerato sul mercato con un salario molto basso” (Lynn Parramore, Alternet).
E’ vero che la Bain acquistò una fabbrica in Cina. Si chiamava Global-Tech, una azienda situata nel dipartimento di Guandong. Produce ancor oggi piccoli elettrodomestici per brand quali Hamilton Beach, Sunbeam, Revlon, Vidal Sasson.
Una recente inchiesta (Settembre 2012) dell’Institute for Global Labor and Human Rights ha rivelato che Mitt Romney era pienamente a conoscenza delle condizioni lavorative della Global-Tech e che non se ne è mai troppo preoccupato. Nonostante la visita allo stabilimento e nonostante egli abbia potuto vedere con i propri occhi le condizioni lavorative di queste donne, Romney non si adoperò affatto per modificare le cose. Eppure egli era pur sempre il CEO di Bain Capital. Bain Capital acquistò la Global per il tramite della società affiliata Brookside Fund (il cui CEO era sempre Romney). Bain investì in Global-Tech circa 23 milioni di dollari fra il 1998 e il 2000. I lavoratori della Global erano pagati quattro centesimi l’ora, meno di due dollari al giorno, per turni di lavoro anche di quindici-sedici ore consecutive. Veniva impiegata anche manodopera minorile. I dormitori erano sovraffollati e il cibo a disposizione era spesso avariato, recita il rapporto. Ora, nel 2012, Romney afferma: “We will not let China steal jobs from the United States of America”, non permetteremo che la Cina sottragga posti di lavoro agli Stati Uniti. Secondo Romney, è Obama, con la vendita di Chrysler agli italiani, ad aver sottoposto i lavoratori americani a questo rischio. Ma questa malcelata ipocrisia, dinanzi all’elettorato, che notoriamente ha scarsa memoria, diventa un messaggio “diretto e popolare”, riferisce Giorgio Morelli su Il Giornale: “in gioco c'è il voto decisivo di migliaia e migliaia di lavoratori della fabbrica Chrysler di Toledo, città dell'Ohio dove si producono i fuoristrada della Jeep”.

Secondo l’Huffington Post, la Bain Capital ebbe una genesi oscura: quando nel 1983 Bill Bain chiese a Mitt Romney di fondare una società di private equity, Romney, nel rastrellamento dei capitali necessari, si imbattè in certi oligarchi dell’America Centrale. Egli era timoroso, riporta il Boston Globe, che i denari proposti provenissero da attività illecite, come il traffico di droga. Ma poi mise da parte le sue reticenze e volò a Miami. Era la metà del 1984, e Mitt incontrò questi signori, provenienti da El Salvador; essi fornirono capitali per nove milioni di dollari, il quaranta per cento del capitale iniziale di Bain, ha riportato il Los Angeles Times. Quando Romney dovette finanziare la sua prima campagna per le presidenziali, nel 2007, tornò a Miami per ottenere l’appoggio “dei suoi investitori”. Si trattava di Ricardo Poma, Miguel Dueñas, Pancho Soler, Frank Kardonski, e Diego Ribadeneira. Scrive l’Huffington Post:

alcuni membri di queste importanti famiglie - tra cui Salaverría, Poma, de Sola e il clan Dueñas - finanziarono anche a suo tempo, direttamente o tramite partiti politici, le Death Squad, le squadre della morte, attive in El Salvador. La classe dirigente impiegò le squadre della morte per respingere i guerriglieri di sinistra e i riformisti durante la guerra civile di El Salvador.”

Può un uomo con questo discutibile passato criticare la politica economica sudeuropea? Che ruolo può avere nella crisi del debito, qualora diventasse Presidente degli Stati Uniti?
Romney è certamente portatore di “interessi particolari”. Egli è un esponente della finanza speculativa che pure ha generato l’attuale crisi europea. Non è certamente pentito di questo suo passato e, anzi, ne racconta alcuni aspetti sotto forma di aneddoto ai comizi. Mentre Obama è diviso fra la necessità di preservare il Dollaro come valuta di riferimento negli scambi internazionali e la contemporanea necessità di far uscire l’area Euro dalla double-dip recession, l’eventuale elezione di Romney rischia di far precipitare nel vuoto l’idea di una Europa Politica, oltre che economica. La politica europea di Romney è ancor più confusa di quella di Obama. Il suo background di offshorer potrebbe far pendere le politiche europee ancor più verso la liberalizzazione sfrenata della Finanza, quando invece c’è bisogno di regole, di separazione fra banche commerciali e banche d’affari, di contrasto all’elusione delle tassazione operata con società fittizie con sedi nei paradisi fiscali. Obama sinora non ha fatto nulla di tutto ciò, ma Romney potrà mai farlo?

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook