Spin Doctor
5 Novembre Nov 2012 1823 05 novembre 2012

Perché Grillo ha paura della tv (e non del punto G)

“Il punto G, quello che ti dà l'orgasmo nei salotti dei talk show”. È bastato questo incipit a scatenare il putiferio. Trasmissioni tv, dibattiti, salotti e polemiche. Al centro, gongolante, sempre lui, Grillo.

Comincia tutto con la partecipazione a Ballarò di martedi scorso di un’esponente del M5S, Federica Salsi, consigliere comunale a Bologna. Una partecipazione sgradita al leader, tant’è che l’indomani, puntuale, arriva la scomunica. Con i soliti toni, i termini forti, le allusioni.

Ma perché Grillo non vuole che i suoi vadano in tv? Lo spiega nel suo blog: il pericolo è l’omologazione con gli altri esponenti della casta, acrobati di un circo mediatico sottomesso alla politica, in cui il povero militante finisce per perdere nei pochi minuti che ha a disposizione il mare di voti conquistati nelle piazze.

L’anatema grillino si basa su un fondo di verità e non è altro che la naturale conseguenza di una strategia comunicativa lucida e coerente, così come hanno riconosciuto molti osservatori, da Gramellini a Freccero.

Ma c’è dell’altro e ritorno ad un tema di cui, anche se di sfuggita, ho già scritto: il controllo. Può sembrare il paradosso dei paradossi ma il web garantisce a Grillo il controllo massimo del mezzo comunicativo e, soprattutto, del messaggio. Quello che scrive sul suo blog è incontrovertibile. Nero su bianco, non lascia adito ad interpretazioni. Un potere che gli è garantito dall’accesso diretto allo strumento: non deve passare da nessun giornalista-intermediario quindi non c’è nessun pericolo di manipolazione esterna o distorsione. Addio tarantelle di dichiarazioni e smentite. Il verbo ha un'unica fonte legittima e riconosciuta. Stesso discorso per la parte visiva: la televisione grillina è il web, lo streaming, la diretta ma sempre e solo quella controllata dall’ex comico e dai suoi militanti.

C'è di più. Il web è la rappresentazione plastica della narrazione del M5S, ovvero la concretizzazione della partecipazione dal basso, senza filtri, la comunicazione diretta fra leader e sostenitori. La rete è il campo di gioco di un nuovo modello di eroe: l’uomo comune. In tv va chi è famoso, sul web tutti, la casalinga, l’operaio, lo studente hanno pari diritto di parola. Nei fatti si tratta di una partecipazione più raccontata che praticata ma l’efficacia è sotto gli occhi di tutti.

Un simile controllo sulla televisione non è possibile e Grillo, che ne conosce benissimo dinamiche e meccanismi, lo sa. Non a caso, quando sfugge dagli inviati di tg e trasmissioni tv ripete ossessivamente che con loro non parla perché tanto poi, in fase di montaggio, gli fanno dire quello che vogliono loro.

Proibire la partecipazione ai militanti non è dunque un autoritarismo fine a se stesso ma una necessità per la sopravvivenza del movimento. Perché ogni grillino che va in tv rappresenta un pericolo per Grillo e il M5S. Innanzitutto perché contraddice il mito della partecipazione dal basso e dell’uomo comune. Dal momento in cui mette piede in uno studio televisivo il grillino smette i panni del militante per indossare quelli del politico salottiero, smontando tutta la struttura narrativa e contravvenendo, oltretutto, al diktat del leader minandone l’autorità.

Ma il tema vero è che, oltre a funzionare poco proprio perché poco avvezzi alle dinamiche televisive, i grillini che vanno in tv dicono cose che non possono essere vagliate e filtrate a monte da Grillo (o Casaleggio). È questo il punto centrale. Non a caso i momenti di crisi più significativi del movimento sono scaturiti dalla partecipazione dei suoi esponenti a trasmissioni televisive, dal fuorionda rubato a Favia alla ospitata della Salsi a Ballarò.

La strategia comunicativa di Grillo è centralizzata e univoca proprio per limitare al massimo qualsiasi elemento di disturbo che possa minare la credibilità e la forza della sua narrazione. La coerenza comunicativa, e quindi politica, del proprio racconto è l’elemento determinante. Allontanare, epurare, disconoscere tutti coloro che che mettono a repentaglio questo racconto altro non è che una conseguenza naturale, un sacrificio necessario.

Grillo e chi c’è dietro (o accanto) a lui ha capito che il successo si fonda sul controllo ferreo del proprio flusso comunicativo. Solo così si può arrivare a dettare l’agenda, in uno sviluppo metacomunicativo tale per cui meno Grillo parla ai media ufficiali più questi parlano di lui.

Così che alla fine, per la legge del contrappasso, prevale la sensazione che è Grillo ad essere il punto G dei talk show.

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