Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
6 Novembre Nov 2012 1934 06 novembre 2012

Imitationofdeath: in scena il mondo scabro di Ricci/Forte

Tornano all'attacco Stefano Ricci e Gianni Forte, autori e registi di un teatro sempre sulla linea di confine, sulfureo e materico, vibrante di corpi giovani e di miti eterni.
La nuova avvenura è Imitationofdeath, presentato nel bellissimo programma del Romaeuropa Festival: e lo spettacolo, come sempre accade alla coppia, divide il pubblico tra ferventi appassionati e sdegnosi detrattori. Imitationofdeath parte, prende spunto, attinge all'universo letterario di Chuck Palahniuk: opere dal sapore ipercontemporaneo, come peraltro è, e ostinatamente vuole essere, il teatro di Ricci/Forte. Da Troya's Discount, ormai di qualche anno fa, che si risolveva in un tentativo di aggiornare la scena italiana alle estetiche europee, attraverso lavori come Macadamia Nut Brittle, Pinter's Anatomy o Grimmless, questi artisti hanno elaborato una cifra coerente e spiazzante al tempo stesso. Il gusto è per un teatro viscerale, emotivo, intimo addirittura sentimentale e melodrammatico, che non evita, però, tutta la retorica della ipercomunicazione dei nostri tempi. Il fatto è che Ricci/Forte, consapevolmente, attingono senza mezzi termini alla sfera privata, all'immaginario, ai ricordi e alle esperienze dei giovani o giovanissimi performer che coinvolgono nelle loro creazioni: scavano dentro, fanno emergere sogni, frustrazioni, dolori, desideri, bisogni. Lo faceva Pina Bausch, un percorso simile, elaborando poi magistralmente gli spunti e le narrazioni che provenivano dai suoi danzatori. Con Ricci/Forte il lavoro ha esiti ovviamente diversi dalla straordinaria maestra di Wuppertal: virati come sono più ad una analisi dell'essere umano dell'oggi, ai figli di questo presente liquido e frastagliato, aspro e violento. Così gli spettacoli della compagnia prendono le mosse da suggestioni condivise, magari da letterature o da libri (in questo caso, appunto Palahniuk), ma poi derivano in attitudini e prospettive altre, a esiti che hanno attitudini liriche o minimali, ridondanti o effimeri.
Imitationofdeath, come gli altri spettacoli, procede per montaggio di numeri o di (tragiche) attrazioni che sono a loro volta composte di frammenti, piccoli affondi nei microcosmi individuali. Momenti di svelamento, di esposizione amara del sé, fatti di corpi che si aprono che si sviscerano (quasi in senso letterale), che si mostrano senza esibirsi: vi è anzi candore antico, quasi ritrosia nel raccontare il bisogno d'amore di tutti e ciascuno. Paradigmi della tv verità? Certo, anche: giacché il Reality (Garrone docet) fa da tempo parte del nostro immaginario e il confessionale non è più quello che si trova in chiesa.
Ma nel suggerire il (dis)gusto per il nostro tempo, Ricci/Forte lavorano di contrappunto, di controcanto: mostrandoci quel che resta di quei giovani là, cresciuti a pane e mediaset.
Il racconto, dunque, è un affresco che si compone gradualmente, alternando sistematicamente momenti di frenesia collettiva, quasi coreografie orgiastiche o esplosive (i movimenti sono di Marco Angelilli) che fanno da tramite alla dimensione più privata.
Il succedersi dei quadri di Imitationofdeath sembra saldarsi, poi, in una imitatio Christi, con tanto di citazioni bibliche, in una via crucis che è calvario individuale e collettivo: metafora abusata, anche da tanto teatro, che pure qui si declina in idolatrie postmoderne, impastate di dolori che fanno cadere le maschere sociali, che mettono a nudo il profondo di una «generazione sfortunata». In questo confrontarsi con la morte, che è il bisogno estremo d’amore, i sedici attori performer sono allora corpi che narrano, con assoli o coralità, un piccolo spaccato di crisi mai davvero superate, di ferite aperte e non curate: i ricordi riaffiorano con dolore, oppure come ironico svelamento delle proprie avventure/sventure erotiche e sentimentali. Oppure ancora ecco esplodere il sogno, la voglia matta, l’ingenuità, la disperata vitalità.
Per usare un codice cinematografico in questo lavoro, più che nei precedenti, gli attori "guardano in macchina", cercano cioè gli occhi di ogni singolo spettatore, instaurando un dialogo con ciascuno. Lo sguardo accompagnato dal sorriso, addirittura dall'ammiccamento complice (fino all'invasione della platea per "leggere il pensiero") oppure dalla lacrima e dal pianto. Ricci/Forte chiedono insomma ai performers di mettersi a nudo senza reticenze di fronte al pubblico, di cui sono estremamente consapevoli: fino a mostrarsi soli, attaccatti disperatamente a quelle quattro cose che ci portiamo dietro dall'infanzia. Le medaglie vinte ai giochi della gioventù, o le scarpe, o gli album dei fumetti, i vestiti o i cerchietti per i capelli. Quegli oggetti là, cari a Palahniuk, piccoli reperti, fossili di identità disperate, sono i mattoncini lego che dovrebbero costruire i pilastri del carattere, dell’identità, del mondo. Ed è qui, forse, che l'imitazione della morte ricorda tanto quella cosa che chiamiamo vita.
Sarebbe ingiusto citare questo o quello degli interpreti: il gruppo è una turbina d'energia, compatto o lasco, vibra costantemente di pulsioni e slanci, di muscoli e nervi, svela frammenti di bellezze dimenticate o di vigori muscolari. Sorride, fragile, questa umanità spaventata: sono là, in sedici, a provare, ostinatamente, a sopravvivere.
E gli spettatori, almeno quelli che hanno voglia di lasciarsi andare a queste storie, condividono.
Vale la pena, in conclusione, riflettere proprio sul pubblico: a giorni lo spettacolo sarà a Milano, al Piccolo Teatro. Per alcuni importanti critici, questo pubblico fa male ad andare a vedere Ricci/Forte, malissimo ad applaudire. Robaccia, dicono gli illustri colleghi, se paragonata al mitico teatro degli anni Settanta: che siano passati, più o meno, quarant’anni poco importa. Allora c’erano i telefoni quelli grigi della Sip, si viaggiava sulla 2cavalli e si sognava l’isola di Wight. Le estetiche, le etiche, i ritmi sono per tanti aspetti diversi: le narrazioni sono cambiate, la vita è cambiata. Ma la fragilità dell’essere umano, le sue paure sono le stesse di allora e di sempre. Per questo, credo, il pubblico di Ricci/Forte è fatto spesso di giovani, “spaventati, guerrieri”: ed è uno spaccato (sociologico, antropologico) bello e interessante, per alcuni aspetti anche più interessante dello spettacolo stesso. Gente che si spella le mani, che si commuove, che ride, oppure che scuote la testa, si indigna o protesta. Molti, però, bisognosi di riconoscersi in quelle “persone” che sono sulla scena, bisognose di ascoltarle e confrontarsi con loro. Per questo, credo, quel pubblico continua ad applaudire questo teatro.

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