The Ghost Writer
6 Novembre Nov 2012 1320 06 novembre 2012

Siamo peggiori degli americani o solo diversi?

Ogni volta che si vota per la Casa Bianca si rinnova quell’inevitabile senso di frustrazione che deriva dall’immediata necessità di paragonare la democrazia americana con quella del nostro Paese.
Si tratta evidentemente di un confronto dal quale usciamo con le ossa rotte, perché nonostante le varie attenuanti che si possono addurre la distanza è notevole sotto moltissimi aspetti.

La consapevolezza del fatto che il confronto tra due democrazie restituisce risultati che segnano lo scarto tra due popoli aggrava quel senso di frustrazione, perché certo non è la modernità delle regole o degli istituti che fa prevalere il rango di una democrazia su un’altra.

Il senso di appartenenza e lo spirito patriottico – trasversale e laico – che gli americani sono in grado di esprimere rappresenta di certo uno straordinario punto di forza di quel Paese e si traduce in un orgoglio nazionale che non vive solo nella retorica tradotta per la grande distribuzione dai produttori di Hollywood.
Quell’orgoglio nazionale trova le sue più felici manifestazioni, ad esempio, nel grado di capacità di indignazione che i cittadini manifestano di fronte agli scandali o a quelle che – nel loro contesto – ritengono essere ingiustizie sociali o segni di indebita sopraffazione.

Il paradosso sta nel fatto che noi italiani disporremmo di motivi di orgoglio nazionale – non espresso – da far invidia a molti altri paesi e certo anche agli Stati Uniti. Serbiamo la formulazione di princìpi di solidarietà sociale nobili e straordinariamente ispirati, e siamo anche capaci di un senso della laicità dello Stato, anche tra i politici più ferventemente confessionali, che negli Usa sembra a volte inarrivabile.
Tali princìpi, e qui è il guaio, sono però affidati alla custodia di rappresentanti per lo più indegni e incapaci, al punto che il costume di reazione nazionale viene percepito come “incapacità di indignazione”, laddove è invece sintomo di qualcosa di molto peggiore: ovvero di indignazione inoperosa, quindi dimessa e rassegnata.

Tali confronti tra democrazie, che pure ci appassionano, vanno comunque fatti col beneficio dell’inventario. Perché i contesti sono così diversi da rendere davvero incomparabili le grandezze e i fenomeni che li caratterizzano.
A prescindere dalla capacità dell’opinione pubblica di indignarsi, quello che conta è che in paesi diversi ci si indigna per cose diverse. Un esempio lampante è dato dal fenomeno del familismo politico. In Italia non meniamo scandalo per la presenza sulla scena politica di parenti e consorti di politici di primo piano, a patto che questi non vengano favoriti nonostante la loro palese inettitudine, come nel triste caso di Renzo Bossi. Tuttavia difficilmente avremmo potuto sopportare la nomina di un ministro che fosse stato anche fratello del Premier come è avvenuto nella breve e dolorosa amministrazione Kennedy. Così come, almeno ad oggi, non abbiamo esperienza di fenomeni quasi dinastici come forse si possono definire quello della famiglia Bush, con i due Gerorge e il futuro potenziale Jeb o della power couple conosciuta come Billary Clinton.

Su consuetudini diverse dalle nostre – essendoci così estranee – non è lecito quindi esprimere giudizi di valore. Ma altrettanto attenti dovremmo essere nel non mortificare le nostre comparandole in modo assolutamente improvvido con quelle di un Paese tanto diverso.
Nelle ultime settimane, non a caso, si è scritto e parlato di una potenziale donna Premier che potrebbe raccogliere dalle mani del padre il testimone della guida del centrodestra italiano, o di quello che ne rimane. Ecco, un’eventuale Marina a Palazzo Chigi, con la conseguente formulazione di una dinastia Berlusconiana, non ci farebbe comunque più simili agli americani. La verità è che non solo le democrazie non si esportano o importano, ma anche che non possono ottenere alcun tipo di green card.

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