ManicaLarga
7 Novembre Nov 2012 1717 07 novembre 2012

Blair, Blair, perché sei tu Blair?

Blair qui, Blair là; Blair sopra, Blair sotto. È qualche settimana che in Italia sembra non si possa fare a meno di parlare dell'ex primo ministro britannico. C'è chi lo adita come un esempio (Matteo Renzi) e chi come la summa di tutti i mali della sinistra odierna (Nichi Vendola). Comprensibile. Tony Blair, dopo dieci anni a Downing Street e tre mandati consecutivi vinti per il Labour, resta una figura enigmatica anche per i britannici. O lo ami o lo odi, come il tartufo. Tirarlo per la giacchetta a seconda della convenienza non è però corretto. E soprattutto: perché stiamo ancora qui a parlarne?

La risposta, in questo senso, è banale. Con lui il partito laburista ha messo a segno un terno elettorale mai visto prima nella storia della sinistra britannica – e non solo. Blair, insomma, ha vinto. E non è poco. Il suo segreto? Rompere con l'ala conservatrice del partito e dei sindacati, puntare al centro, battere il tasto su temi non tradizionalmente laburisti (la sicurezza, ad esempio), aprire le braccia alle imprese. Suona familiare? Bene. Quel che viene definita a volte come “terza via” Blair la propone al Regno Unito in vista delle elezioni del 1997 e porta a casa una maggioranza stellare. «Temetti di aver combinato qualcosa di anticostituzionale», scrive l'ex primo ministro nelle sue memorie. Il viaggio di Tony inizia però ben prima delle elezioni. Ovvero con la battaglia per la guida del partito, rimasto orfano dopo la morte improvvisa di John Smith. Le primarie in Gran Bretagna sono una roba seria, specie all'interno del Labour. Bisogna trovare i voti fra gli iscritti, fra i deputati e il sindacato (vero e proprio azionista del partito). Il segretario è il candidato premier e per cambiarlo serve un voto di sfiducia che te lo raccomando. Morale: una volta eletto, te lo tieni.

Mi allungo un attimo su questo punto perchè alle primarie del 1994 la figura data per vincente è un certo Gordon Brown. Ma Blair compie il miracolo. Riesce a imporre la sua agenda riformista (Brown alla fine nemmeno si candida e anzi lo aiuta), i suoi coniano il termine New Labour, il partito abolisce sotto il suo impulso l'articolo IV dello statuto che lo impegnava a «nazionalizzare i mezzi di produzione» e il resto, come si vuol dire, è storia: per tre anni – non tre minuti – Blair svolge il “mestiere” di leader dell'opposizione – che in Gran Bretagna è organo costituzionale – e quindi diventa primo ministro. I più scapigliati avranno già colto delle analogie sorprendenti e più o meno sfortunate rispetto a un partito chiamato PD e un segretario che risponde al nome di Pier Luigi Bersani. Ma andiamo avanti. Se la strategia d'attacco di Blair – peraltro ispirata ad alcuni aspetti della campagna elettorare di Bill Clinton – è certamente fonte di ispirazione per un candidato come Matteo Renzi, che dire del suo governo, specie nel primo mandato?

Il liberale Blair ha infatti detto (e fatto) molte cose di sinistra. Intanto il salario minimo. Fu votato nel 1998 e introdotto a partire dal 1999. In Italia in quel periodo era presidente del Consiglio Massimo D'Alema ma non mi pare che quell'esempio blariano sia percolato dalle nostre parti. Eppure il salario minimo è una di quelle proposte che piacerebbero anche a Nichi Vendola. Così come i miliardi di denaro pubblico che finiscono nelle scuole e negli ospedali oppure nello stato sociale, dove i bambini assumono un ruolo centrale e le mamme single vengono sostenute in ogni modo. Se una giovane e depressa JK Rowling, invece che scivolare in un buco nero, “tiene botta” e scrive il primo libro di Harry Potter lo si deve anche alla Gran Bretagna di Tony Blair. Ma l'elenco non finisce qui. Ci sono il Freedom of Information Act e lo Human Rights Act; gli accordi del Venerdì Santo che mettono fine alla guerra in Ulster e la devolution (leggi federalismo che funziona e non scardina le casse dello Stato). Quel che Vendola definisce «un'esperienza fallimentare» rappresenta un programma talmente ambizioso per la sinistra italiana che ancora oggi, dopo 15 anni dall'entrata di Blair a Downing Street, andrebbe preso e copiato tale e quale.

Questo, per l'appunto, è il Tony buono. Il Tony che rinnegare è cecità. Ma è anche il Tony che fa comodo citare. L'altro Blair è quello pappa e ciccia con la City di Londra. Quello che non ha problemi a vedere la gente diventare «schifosamente ricca» - il copyright è di Lord Mandelson ma l'étos vale per l'intero gruppo dirigente. Il Regno Unito diventa di fatto una sorta di paradiso fiscale dove i «non-dom» – ricchi stranieri – possono stabilirsi e pagare meno tasse delle loro donne delle pulizie. La regolamentazione finanziaria è uno scherzo e lo “Square Mile” può liberamente macinare miliardi, distribuire bonus inimmaginabili e consegnare al Tesoro fior di tributi. Il Pil sale. E di molto (vedere qui). Tra il 1997 e il 2010 il Regno Unito cresce in media dell'1,42% all'anno (l'Italia, nello stesso periodo, dello 0,22%). Nel 2010, a esperienza laburista finita, il Paese – anche contando il crollo dovuto alla crisi – ha un Pil procapite più alto del 17%. Sono numeri enormi, che dovrebbero giocare a favore del “blairismo”. Eppure, alla luce della Grande Crisi, il successo economico della Gran Bretagna negli anni del boom è una lama a doppio taglio. Il modello del consumo “drogato”, con il debito privato che sale dal 77% del Pil del 2000 al 114% del 2011, del terziario spinto, della finanza deregolata e della crescita esponenziale del valore degli immobili alla fine mostra la corda. E, soprattutto, negli anni di vacche grasse la ricchezza non viene equamente distribuita: col New Labour la diseguaglianza – lo dicono diversi studi, compresi quelli condotti dagli stessi laburisti – cresce nonostante i programmi d'investimento pubblico.

Tutta colpa di Blair&Co? Forse no. Nella “balera” si suonava un certo tipo di musica e si ballava a tempo. Coi soldi della City il governo ha di fatto finanziato le sue politiche sociali e il liberista Blair, che pure avrebbe voluto riformare di più la pubblica amministrazione, di fatto ha ingrossato le file degli statali. Che in Gran Bretagna, su una popolazione di circa 60 milioni, sono tuttora intorno ai sei milioni. Stato agile, dunque, manco per sogno. Tony però non ha saputo vedere, come tanti altri, attraverso il velo di Maia e per un leader di sinistra la colpa è sempre doppia. «Non ce ne siamo accorti», confessa Blair nel suo libro. «Si può dire che avremmo dovuto ma non è successo». Questo è quanto. Si aggiunga il disastro della guerra in Iraq e la “damnatio memoriae” è completa.

Ora, al di là del giudizio storico di quell'esperienza di governo, bisogna capire se il modello offerto dal blairismo possa ancora parlare ai figli della Grande Crisi. È qui che bisogna stare molto attenti. Poiché l'Italia, negli ultimi 20 anni, ha praticamente “saltato un giro”, riproporre tale e quale un modello che ha avuto la sua incubazione nella prima metà degli anni Novanta sarebbe da pazzi – benché, paradossalmente, ancora per molti aspetti rilevante proprio a causa di quel ritardo. Blair, d'altra parte, sarebbe il primo che andrebbe oltre Tony Blair. Non a caso nell'appendice del suo libro affronta la madre di tutte le domande: che cosa vuol dire essere «progressisti» al giorno d'oggi? Tra le varie risposte, quella che trovo più illuminante e rilevante è la dicotomia tra posizioni «aperte e chiuse». Riassumendo: all'interno degli schieramenti tradizionali (destra e sinistra) si riscontrano fazioni pro o contro su temi quali la globalizzazione, l'immigrazione, le unioni civili, il mercato del lavoro. Questo perché le barriere tra il concetto stesso di destra e sinistra è andato sfumando, nella mente dei cittadini ancor prima che dei politici. Essere progressisti significa dunque essere aperti. Specie verso le istanze dei cittadini.

Ecco, in un periodo in cui una società tradizionalmente “chiusa” come quella italiana stia facendo breccia il fenomeno delle liste civili, Grillo certo ma non solo, Blair indica una via per superare i suoi stessi limiti ed errori.

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