Mambo
7 Novembre Nov 2012 1019 07 novembre 2012

Nella storia di Obama la politica come servizio: ciò che in Italia manca

Ho appena ascoltato il discorso di Obama dopo una notte passata a trepidare per lui. La capacità che hanno i leader americani di trasfondere nel discorso pubblico valori e promesse è ineguagliabile. Obama ha raccolto il meglio di questa tradizione. La sua è una bella storia non solo perché è il primo afro-americano che vince e rivince, ma perché c’è nella sua vita di giovane leader una lezione di apprendistato politico che può servire anche a chi lo guarda dalla vecchia Europa. Noi siamo abituati a pensare alla politica americana nei suoi aspetti colorati, negli slogan brucianti, nelle battaglie televisive, negli scontri senza risparmio di colpi.

Pochi ricordano che Obama è soprattutto un volontario della politica, un uomo che ha costruito la sua fortuna e la sua carriera lavorando alla base, costruendo solidarietà, facendo quel lavoro certosino che nei quartieri di Chicago lo ha segnalato come giovane politico in ascesa. Stamane, cioè stanotte per loro, Obama ha intessuto un elogio della politica come servizio e della politica come condivisione, di razze, di idee, di solidarietà. Tutto ciò che stiamo smarrendo qui, in questa parte di mondo da cui molta storia della democrazia ha preso origine.

Obama è un esponente democratico. Se possiamo dirla tutta è un uomo di partito. Ma sta qui la differenza che emerge nella sua vittoria. Noi siamo abituati ormai da decenni a leader che svalutano la politica praticandola, che inventano partiti denigrandoli. Obama fa politica esaltandola, espone le ragioni del suo partito ostentandole. Il partito nell’accezione che si coglie nelle parole del presidente, e nella sua pratica politica, è una organizzazione che raccoglie gente che ha ideali comuni e una identica visione e prassi. Il suo partito è leggero e pesante. E’ fatto di apparati mobili, di volontariato diffuso, di carriere votate professionalmente al bene pubblico, di severità, di progetto. Anni fa ci provò Ross Perot a scardinare tutto questo con un movimento antipolitico che ebbe un certo successo ma non scalfì il sistema americano, Spesso i leader in ascesa proclamano la loro diversità e lontananza da Washington. Tuttavia la politica torna a riempire la scena perché è costruita attorno a partiti veri.

Qui da noi dell’esempio americano abbiamo cercato di copiare il bipartitismo, le primarie e persino un modello organizzativo, penso al partito che si dice democratico. Non ci siamo riusciti. Ora sembra che ritorni un mutipartitismo sfrangiato, una diffusione di nuovi partiti personali mentre i grandi partiti sembrano doversi trasformare ancora e uno di questi, quello che si chiama democratico, sembra refrattario a convivere con uno scontro intestino assai duro. Dovremmo cercare, invece, di prendere un po’ di questa lezione americana. Innanzitutto la forza e il valore della competizione. Lo scontro fra partiti e nei partiti non è un danno o un disvalore ma una risorsa eccezionale. Lo è soprattutto se nutrita di un comune amor di patria, sul sentimento dell’ impresa comune. Dovremmo cercare di rubare agli americani questo modo fantasioso di fare politica che vede competizioni spesso troppo dispendiose, slogan talvolta infantili e terribili ma soprattutto vive sull’attivismo di tanti che si mettono gratuitamente in gioco.

Dovremmo cercare di cogliere come laggiù la politica è una costruzione fatta nei territori che si unisce ai nuovi strumenti della comunicazione, internet e il telefono ma anche il porta a porta e il volontariato. I partiti che la vecchia Europa, ma soprattutto quella del Sud, comincia a odiare là sembrano vivere malgrado abbiano centinaia di anni. Vivono così a lungo e vivranno ancora a lungo perchè l’opinione pubblica è severa e i politici non si vergognano di fare questa attività come una professione ma sanno che non possono sbagliare, neppure nella vita privata, perchè altrimenti vengono spazzati via. I politici italiani devono imparare da quelli americani la forza della parola.

Tanti sono discorsi di leader americani che ricordiamo, da Kennedy che chiedeva agli americani quel che potevano fare per il loro paese e non il contrario, a quella frase stupenda e ineguagliata di Martin Luther King: “ I have a dream”, alle parole dense e commoventi di Obama di poche ore fa quando ha detto di quella bambina malata di cancro, dell’amore per Michelle, della necessità di dare lavoro, dello sforzo di costruire una America più forte e giusta. Nessuno dei suoi sostenitori nella grande sala di Chicago che lo festeggiava si sarebbe adombrato se gli avessero detto che era in un raduno festoso di militanti di partito. Perché parliamo di un partito che sa vivere a suo modo fra la gente, ne sa interpretare le esigenze, si sente vincolato a principi saldi e tabu morali. Noi che abbiamo inventato i vecchi partiti, noi della sinistra che abbiamo costruito sindacati e associazioni politiche che hanno trasformato il nostro modo di vivere, dobbiamo forse cogliere dall’esperienza americana la lezione del futuro, cioè che la politica è una bella cosa se fatta da persone ispirate, competenti e oneste e se si impara stare con chi condivide queste idealità, senza paura di scontrarsi, di dividersi, di diventare l’uno competitor dell’altro avendo chiaro in testa, però, che “questa terra è la mia terra”. 

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