Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
8 Novembre Nov 2012 1332 08 novembre 2012

La sfida del Teatro Garibaldi Aperto di Palermo

Dopo i profumi e le grida della Vucciria, arrivare alla Kalsa, il quartiere arabo di Palermo ancora morso dai bombardamenti del 45, significa entrare in un tempo altro, diverso, passato. L'ariosa piazza della Magione, con quell'improbabile statua di Padre Pio, si apre come un vuoto. Qui si affacciano le finestre del Teatro Garibaldi: inaugurato nel 1861 dall’eroe dei due mondi, il teatro mostra i segni del tempo, il carattere di rovina, di fossile culturale. Ma questo teatro ha vissuto momenti di gloria recente negli anni 90, quando un regista e attore come Carlo Cecchi vi allestì una memorabile trilogia shakespeariana e l'organizzatore Matteo Bavera fece entrare il Garibaldi nei "Teatri d'Europa", network di teatri d'eccellenza del vecchio continente. Ma quei fasti sono lontani, tanto da sembrare preistoria: poi il Garibaldi, sempre sbrecciato e diroccato, è stato chiuso per un restauro costoso e sostanzialmente inutile. Inaugurato per finta nel 2010, subito richiuso e nuovamente dimenticato dall'amministrazione, nel disinteresse del difficile quartiere, il Garibaldi dopo anni di silenzio torna finalmente a vivere. È stato occupato, ad aprile scorso, da un manipolo di attori, attrici, registi, artisti. Gesto clamoroso e coraggioso, fatto con orgoglio e umiltà. Da subito organizzati in assemblee fiume, tra confronti, scontri, sogni confusi e progetti strabilianti, quelli del Garibaldi hanno mostrato energia e determinazione. Il vecchio teatro ha ripreso fiato e ha ricominciato ad aprire i battenti. Di lì a poco ci sarebbero state le elezioni comunali, ma gli occupanti non si sono fatti ingabbiare in schieramenti, e anzi tengono alto il profilo del confronto con la giunta Orlando e con il distratto Teatro Stabile pubblico. Si avvertono ansie indipendentiste - paradossalmente si discute ancora della "truffa" dell'annessione al Piemonte - e aspirazioni internazionali; ma i giovani del Garibaldi hanno avuto la solidarietà di molti, grandi artisti e semplici cittadini che si sono opposti al primo (per ora unico) tentativo di sgombro e che sostengono le iniziative con un “contributo di solidarietà”. E chissà ora, con un assessore regionale che risponde al nome di Franco Battiato, se non si aprano nuove possibilità. Intanto l’occupazione va avanti, il pubblico affolla la sala e i giovani artisti, tra una discussione e l’altra, sfornano progetti.
Le attività dunque si sono moltiplicate, anche in rete con altri teatri occupati, dal Valle di Roma, al Macao di Milano fino al Rossi di Pisa o al Sale di Venezia.
Al Garibaldi, così, hanno inventato, nelle settimane passate, un piccolo e incisivo festival, chiamato programmaticamente "Identità bastarde", per questi figli che rinnegano "padri" ormai troppo colpevoli e compromessi.
L’apertura del festival è stata affidata, con una scelta anche simbolica, a OLGA, Orchestra Libera del Garibaldi Occupato: organico eclettico (4 batterie, una potente sessione fiati, contrabbassi sparsi qua e là, chitarre elettriche, violini, pianoforti e voci incredibili) e una tensione alla invenzione continua, che passa agilmente da Stockhausen a Bob Marley, dall’improvvisazione jazz stile Coleman a suoni decisamente più dub e contemporanei. Si divertono, in scena, a seguire il metodo creativo di Luca Lo Bianco, che dirige in modo decisamente non convenzionale, addirittura estemporaneo, seguendo l’estro del momento e scrivendo su una lavagnetta chi e come chiamare in causa degli orchestrali a disposizione.
Ma il festival ha presentato anche il gruppo Suttascupa, diretto da Giuseppe Massa, che firma Buttitta Dreaming: attraversamento della scrittura pastosa, materica, incisiva di un poeta come Ignazio Buttitta, con due brave interpreti (Simona Malato e Margherita Ortolani) affiancate da un quartetto rock. Poi, dal cantiere creativo del Garibaldi Aperto, emergono anche i giovanissimi di Quartiatri, con lo spettacolo Porcomondo: e si fanno apprezzare con questo lavoro itinerante, fatto di “stazioni” in un parcheggio o a ridosso del muro di un palazzo abbandonato. Una storia acerba e aspra, la loro, ma anche ironica e disperata, che mostra donne esasperate alle prese con ingombranti gravidanze: metafore esplicite di una creazione/creatività che mette in gioco maturità (personale) e possibilità (artistiche). Spettacoli forse ingenui, certo affrettati: ma si avverte in tutti il bisogno di scompaginare le carte, di rompere gli schemi. Di riflettere insomma sui paradigmi della creazione teatrale, sull'impegno politico, sulla condizione (umana) di una generazione afflitta dal peso del passato e del presente, ma pronta a ribellarsi, in scena come nel mondo.

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