Perché il principio “uno vale uno” in politica è una balla spaziale

8 Novembre Nov 2012 0941 08 novembre 2012 8 Novembre 2012 - 09:41

Michels

Una volta uscito dalla sua fase magmatica di “stato nascente” qualsiasi movimento diventa istituzione cioè movimento organizzato. E in qualsiasi organizzazione c’è chi organizza e chi è organizzato. Si forma cioè una gerarchia di fatto che può nascere anche dalla semplice distribuzione dei ruoli, dove fatalmente un ruolo, anche se a rotazione, anche se temporaneo, diventa gerarchicamente sovrapposto a un altro, “pesa” di più. In un’organizzazione stilare un volantino conta di più che occuparsi della pulizia dei cessi.

In natura  non esistono, neanche nei formicai o nei favi,   organizzazioni perfettamente orizzontali senza leader, senza capi. Se c’è un’organizzazione c’è un capo. È un fatto elementare comprensibile in maniera intuitiva, senza concettualizzazioni ulteriori. Sarebbe come immaginare un romanzo senza personaggi protagonisti ( o deuteragonisti, o comprimari o comparse) o immaginare ontologicamente il salto con l’asta senza asta: è infatti già nel nome la cosa.

Da questi principi basilari di sociologia dei movimenti collettivi (Francesco Alberoni ha molti torti, ma è ingiusto non riconoscergli i meriti di autentico studioso) non si scappa. Pertanto se c’è qualcuno del movimento che esce con un comunicato dicendo chiamateci movimento e dice noi non siamo un “partito” né abbiamo “leader” ma siamo ancora un “movimento” e abbiamo solo dei “portavoce” significa che già nei fatti c’è un capo e un’organizzazione, che tende semplicemente a cancellare le tracce semantiche di un’organizzazione gerarchica in perfetto funzionamento.

Chiunque abbia aperto un trattato di sociologia dei partiti (chiamateli come diavolo volete “casa”, “popolo” della libertà, Movimento Cinque Stelle, Radicali italiani, Italia dei Valori, Unione di centro ecc, cioè eleminate scrupolosamente il “nome” di partito non avrete però eliminato la “cosa” cioè il partito, ossia una “parte” più o meno organizzata) ebbene si imbatterà nella “ferrea legge dell’oligarchia” elaborata da Roberto Michels (nella foto) già nel 1911, dove uno vale uno, l’aspirazione roussoiana della democrazia diretta, è soppiantata dalla formazione “spontanea” delle élite e dove sarà fatale che ci sia sempre “uno” che sarà più uguale degli altri. Michels dirà pure in seguito che “la malattia oligarchica è incurabile” e che a lungo andare l’organo si mangerà l’organizzazione, che cioè fatalmente le élite delle organizzazioni tenderanno a perpetuarsi e a divorare il partito, e noi aggiungiamo anche la società, degenereranno ossia in “partitocrazia”. Ma non occorre in questa fase andare più oltre a prefigurarsi quelle alterazioni insite in ogni organizzazione a carattere strumentale.

Un’ultima annotazione. Cosa si fa in genere quando si passa da “movimento” a “istituzione? Ci si dà delle regole, chiamatele anche “non statuto”, sempre delle regole saranno. E la prima cosa che si leggerà in filigrana in queste regole (date da qualcUno, da un "Mosè" che vi dirà che gliele ha date Dio in persona, e voi ci crederete) sarà che il principio “uno vale uno” è una balla logica, ontologica, fenomenica e noumenica. Una favola per gonzi insomma.