Giulia Valsecchi
Cineteatrora
8 Novembre Nov 2012 2056 08 novembre 2012

Tra servo e padrone, lo specchio rotto della solitudine

Dalla nascita del mondo le demarcazioni e scale che separano specie e umanità non fanno parte solo di una catalogazione presunta scientifica. Gradi e caste scorrono allargandosi e insinuandosi in aberranti riedizioni dei rapporti di subalternità. Il linguaggio del contegno fisico e verbale si fa privilegio esclusivo di chi sta al vertice ed esercita un’identità soverchiante. Ogni altra libertà singola o del nucleo famigliare è in funzione di un addomesticamento che affina la noia borghese.

Marie NDiaye, autrice franco-senegalese, ci abitua da anni a riflettere sulle dinamiche che corrodono non soltanto i rapporti tra i sessi, ma avvizziscono la morale con quell’ossessività arrogante che benessere e disincanto scaricano sulla cronaca più disperante. Nel romanzo Tre donne forti, premio Goncourt 2009, le inquadrature verbali e sensibili attraversavano il viaggio e la convivenza coi segreti di tre femminilità narrate per condizioni. Tre senegalesi separate dalla povertà e dagli attraversamenti da una vera patria africana a una Francia fittizia. Con la scrittura teatrale di Hilda il gioco di ruoli si fa ancora più duro, più efferato del già distorto e insaziabile Genet cui la vicenda di una padrona ammorbata dalla solitudine si lega nella violenza distruttiva inferta a una serva.

L’intreccio vede calare Frank, un precario reietto, nella rete degli allettamenti isterici di una padrona ben vestita: l’invisibile e giovane moglie Hilda dovrà prestare servizio come domestica in casa della donna per salvare la propria famiglia dal lastrico. Frank ne scambia la dignità con il quieto vivere, adatta le proprie risposte alle condizioni dell’imminente proprietà straniera di Hilda, bestia da domare nel recinto dell’alta borghesia che si professa simile ai propri sguatteri. Le tracce sceniche dell’invidia di innocenza che la padrona succhia e sfoga nell’asservimento diventano materia di una versione ancora più isterizzante e al tempo stesso imbambolata, caricaturale a tratti per una sequela di ricatti e riscatti vomitati a singhiozzi e risatine.

Questo il cerchio di azioni e appuntamenti affidati dalla regia di Renzo Martinelli a una piattaforma vorticosa con due sedie, un tavolino, sagome in ferro battuto che all’occorrenza si trasformano in cancellata o testata di letto dove l’erotismo malato di Frank e della padrona consuma l’ennesimo accordo per il possesso assoluto di Hilda. Nei panni della tiranna che pretende emozione, ma anche ordine del corpo e dello spirito, che si incanta a fissare il neo nell’incavo del ginocchio della serva, Federica Fracassi non risparmia cinismi, calunnie, beffe, spigoli di razza che ne fanno un’interprete insistente e necessaria. Tra una progressione e l’altra del contratto che suggella frenesie e cedimenti della carnefice, Hilda è anche nella presenza muta di una cameriera teenager (Francesca Garolla) che agita strumenti e carica il tempo con un metronomo.

Un ritmo che conduce alla perdita ed è simile alle lampadine che le dita rozze e inette di Frank, un incisivo Alberto Astorri, vogliono riaccendere con scarsi risultati. Il suo sguardo basso si rianima soltanto durante gli intermezzi del cambio scena, la lentezza non può nulla contro l’avidità folle della missione aristocratica. Ma le parrucche e gli abiti cascano uno dopo l’altro, Hilda è definitivamente preda passiva dell’addomesticamento e Frank reagisce rifacendosi una vita senza di lei. Il vuoto è l'unico calco democratico. Alla negriera non resta che smettere di chiedersi a chi appartenga quella figurina solerte e piegata ai suoi privilegi. L’isolamento pesante verso cui l’alta società spinge prima di tutto se stessa è un dondolio della testa senza rumori da giardino attorno, una condizione in cui davvero “essere nel bisogno o nell’indigenza, è solo una questione di posto nella scala delle difficoltà.”

7 – 26 novembre 12

Teatro i

HILDA

di Marie NDiaye

traduzione di Giulia Serafini

regia di Renzo Martinelli

con Alberto Astorri, Federica Fracassi e Francesca Garolla in collaborazione con Face à Face - Parole di Francia per Scene d’Italia e Institut Français Milano

Premio della critica e Premio Ubu 2011 a Federica Fracassi come miglior attrice protagonista

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