Una figlia come te
9 Novembre Nov 2012 1232 09 novembre 2012

Gravidanza e cambiamenti, riallineare la testa con la pancia

Tra le sfide più difficili che ho affrontato in questi mesi, il cambiamento fisico vince su tutte. E non parlo delle nausee, della lotta serrata alle smagliature, dell’ingrassamento (“La gravidanza è fatta per costruire”, mi ha più volte ricordato Mr G., ma con l’intento di sottolineare l’opportunità di stare a dieta e non di lasciarmi andare ai maritozzi con la panna).

C’è un momento, forse verso il quarto o il quinto mese, in cui la gravidanza “fisica” è avanzata di più di quella “psicologica” e ti ritrovi con un corpo che fa fatica a salire due piani di scale, con due mani da cui ti cade praticamente tutto, e una testa che si dimentica persino di sciacquarsi il balsamo dopo lo shampoo. Tutte quelle attività che, fino a 24 ore prima, erano routine e normalità sono improvvisamente diventate assai meno scontate.

Io ci ho messo un bel po’ ad abituarmi. Ad accettare al fiatone, la distrazione cronica, la stanchezza lieve ma “nuova” che ti fa rallentare nei ritmi quotidiani. Non che ne abbia sofferto particolarmente, ma era indubbio che giorno dopo giorno non fossi più “io”.

E non è stato scontato “mollare l’osso”, neanche in quei momenti in cui mi avrebbe fatto fatica persino cambiare canale alla tv col telecomando (a proposito, qualcuno sa quante calorie si bruciano pigiando i tasti?). Paradossalmente ero molto più pigra allora che adesso, ora che sono abbalenata e dunque più giustificata a buttarmi sul divano e dire: “Vi prego, fate tutto voi”.

Le maggiori resistenze le ho incontrate dietro la scrivania. Cioè al lavoro. Più facevo fatica a concentrarmi (per non dire a vestirmi al mattino, prendere la macchina, guidare, salire le scale della redazione, ticchettare al computer fino a sera, parlare al telefono, creare un problema, risolvere un problema, risalire in macchina per andare a casa…), meno accettavo che quella quotidianità fosse diventata improvvisamente una “stra-ordinarietà”. Perché non riuscivo a pensare ad altro che non fosse sonnecchiare sul divano, tra un libro di puericultura e una puntata della Signora in giallo?

È andata avanti così per un po’, tra un appuntamento rimandato e uno mai preso. E una grande dose di buona volontà che la mattina mi faceva resuscitare dal letto, controvoglia ma in piedi.

Quando è arrivato il giorno in cui mi sono resa conto che pensavo sempre meno al lavoro e sempre più al bambino, è stata come una liberazione. L’abbinamento scale-fiatone è diventato piacevole routine, come cappuccino e cornetto al bar dopo le solite, ossessive, mensili analisi del sangue. La scelta della culla, la preparazione delle tutine da mettere in valigia, la pulizia della cameretta: tutte attività prioritarie. Per non parlare dell’ascolto dei calcetti (che “etti”, onestamente, non sono mai stati): un’attività di importanza vitale, cui dedicare le migliori attenzioni dei pochi neuroni che ancora provavano a fare il loro sporco lavoro nel mio cervello.

Era arrivato, insomma, il giorno in cui la testa si era riallineata con la pancia. Ed io avevo ritrovato, finalmente, la serenità.

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