Nel mirino
12 Novembre Nov 2012 1242 12 novembre 2012

Lo sapete cosa sono i neuroni specchio?

Me & Tex - 1980 - Photo by Marco Glaviano

Guardate per qualche secondo questa foto. Che espressione avete?

È stata proprio la consapevolezza di quello che state constatando voi stessi che mi ha portato ad approfondire il tema delle radici biologiche della fruizione estetica.

Spesso restiamo intrappolati in un formalismo eccessivo, per cui cerchiamo di spiegare tutto razionalmente, intellettualmente, anche il nostro coinvolgimento davanti a un'immagine. Così una fotografia, un quadro, un'opera d'arte diventano potenti in relazione alle associazioni che esse sono in grado di suscitare, alla nostra storia personale, all'influenza della cultura in cui siamo iscritti.

Bangladesh - 2007 - Photo by Erik Messori

La stessa cultura che come una gabbia dorata tende a soffocare le nostre risposte emotive e viscerali.

Ma facciamo un passo indietro. Noi siamo animali visivi e questo è scritto nella nostra anatomia: più della metà dei neuroni della corteccia cerebrale, infatti, reagiscono a informazioni visive.

Kosovo - 1990 - Photo by Georges Merillon

La potenza del messaggio visivo ha quindi radici biologiche, questo spiega perché le immagini sono spesso in grado di oltrepassare i confini, le religioni, i secoli, perché è molto più semplice ricordare una fotografia che non un articolo letto in un giornale, (per quanto i nostri quotidiani continuino a snobbarci), e ancora spiega probabilmente come mai se pensiamo a un evento storico importante accaduto da quando esiste la fotografia sarà un'immagine a far breccia nella nostra memoria, un'immagine che ne è diventata il simbolo.

"A Mother's Journey" - 2007 - Photo by Renée C. Byer

Chi ha studiato a lungo e approfonditamente il ruolo del corpo e delle emozioni nella risposta estetica è David Freedberg, professore di Storia dell'arte alla Columbia University, vi consiglio la lettura del suo "Il potere delle immagini".

Freedberg ha anche collaborato con Giacomo Rizzolatti, neuroscienziato italiano che insieme alla sua squadra, a Parma, ha scoperto i neuroni specchio tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta.

I neuroni specchio sono stati una scoperta sconvolgente nell'ambito delle neuroscienze.

Mirandola - 2012 - Photo by Erik Messori

Questi neuroni sono cellule motori molto speciali collocate nella corteccia cerebrale, che si attivano sia quando si compie un'azione sia quando la si osserva mentre è compiuta da altri: vedendo un'azione altrui si attivano e ci procurano la medesima sensazione di chi la sta compiendo. Così vedere qualcuno che soffre o ride è esattamente come soffrire o ridere in prima persona. I neuroni specchio sono quindi la base scientifica dell'empatia.

Ebbene, questi neuroni funzionano nello stesso identico modo anche quando osserviamo un'immagine. Questa è una scoperta estremamente importante per spiegare anche scientificamente il potere che le immagini hanno su di noi.

"Remember me" - 2007 - Photo by Preston Gannaway

Quando osserviamo una fotografia o un'opera d'arte, le nostre risposte intellettuali - e quindi mediate - non sono il nostro unico modo di rispondere, queste infatti si mischiano a quelle viscerali - prive di mediazione.

Forse il grande Roland Barthes lo aveva capito, teorizzando il punctum, elemento di pathos personale e soggettivo, che può colpirci "irrazionalmente", che "come una freccia, mi trafigge" mentre osserviamo una fotografia.

"Lily and Rose" - Hamburg - 1967-1970 - Photo by Anders Petersen

La scoperta dei neuroni specchio ha dato una risposta scientifica anche alla Sontaghiana tesi (1977) per cui in un mondo ipersaturo di immagini come il nostro, l'effetto delle fotografie dal contenuto significativo si atrofizza, il bombardamento visivo ha su di noi un effetto anestetizzante, argomento simile a quello sollevato ancor prima da Walter Benjamin nel 1935 per cui la riproduzione tramite i mezzi di comunicazione meccanici porterebbe alla dissoluzione dell'"aura" dell'opera d'arte.

"Boy in Yellow Shirt Smoking", Scranton, PA - 1977 - Photo by Marc Cohen

Gli esperimenti di Freedberg hanno invece dimostrato che il nostro corpo reagisce sempre come se stessimo guardando una certa immagine per la prima volta, i neuroni specchio si attivano infatti sempre in maniera inconsapevole e automatica, è piuttosto la nostra risposta mediata intellettualmente a mutare.

Probabilmente è vero quello che dice Freedberg e cioè che siamo portati a esagerare l’effetto dell’abitudine.

"A Young Brooklyn Family Going for a Sunday Outing" - 1966 - Photo by Diane Arbus

Perfino la Sontag cambiò idea completamente e nel "Davanti al dolore degli altri" del 2003 disse "Tra i cosmopoliti che discutono di immagini d'atrocità è diventato una sorta di cliché supporre che esse abbiano uno scarso effetto, che cosa prova che le fotografie abbiano un impatto decrescente?"

Dicevo all'inizio di una certa nostra Kantiana tendenza a mortificare il corpo, il desiderio e le emozioni quando spinti a spiegare la fruizione estetica, ma sarebbe altrettanto riduttivo far prevalere gli aspetti biologici su quelli intellettuali.

Boston - 1986 - Photo by Lee Friedlander

Credo sia impossibile cogliere il confine tra biologico e intellettuale, la sfida interessante potrebbe essere cercare di capire in che modo i due aspetti interagiscono e come eventualmente aumentare le sinergie fra essi.

"For a Fallen Soldier" - Baghdad - 2003 - Photo by David Leeson

Diffidate da chi appiccica facilmente significati universali a immagini complesse perché non tutti vediamo e sentiamo le stesse cose in relazione a determinati stimoli visivi, certo ci sono immagini "semplici" come il sorriso in apertura del mio articolo che probabilmente ha una valenza simile per la maggior parte di voi, ma nella lettura delle immagini più articolate, entrano in gioco tanti aspetti mediati dalla nostra storia personale, dalla nostra cultura e da quella del contesto in cui viviamo, per cui mi aveva molto infastidito leggere tempo fa su L'Espresso di una psicoterapeuta, tale Rebecca Russo, che ha creato un "metodo" per curare attraverso l'arte, per cui secondo lei una certa immagine specifica servirebbe per la cura dell'ansia da separazione, della paura del distacco, della difficoltà di svincolo, un'altra ancora anch'essa identificata universalmente per la cura dalle dipendenze affettive da persone o da sostanze, e via dicendo, un'immagine per tutte o quasi le patologie, comprese addirittura quelle fisiche come i problemi al menisco (!)… quanta superficialità.

Vogue Sport - L'Uomo Vogue - 2004 - Photo By Bruce Weber

Di certo, senza cadere in facili semplificazioni, possiamo pensare a un nostro ruolo più attivo nella fruizione delle immagini, posto che, incontrovertibilmente, queste influenzano fortemente il nostro umore potremmo anche - a volte - decidere da cosa vogliamo farci influenzare: se guardassimo una fotografia che ci comunica immensa gioia per almeno 10 minuti tutti i giorni getteremmo il seme per una piccola rivoluzione, se non universale per lo meno personale?

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