Città invisibili
13 Novembre Nov 2012 1438 13 novembre 2012

Architetture dello scarto. Il “nuovo” è nel “vecchio”

I capannoni di Marghera, come i Palazzi storici di Palermo. Le ex aree industriali di Genova, come il Metropoliz di via Prenestina, a Roma. La Torre Galfa di Milano come il “Dispensario” di via Miglietta a Lecce. E poi Napoli e Torino, Cagliari e Bari. L’Italia è anche il Paese degli spazi abbandonati. Lasciati morire. Con noncuranza e superficialità. Osservati con sguardo frettoloso. In attesa del loro recupero.
Nella galassia di contributi sull’argomento colpisce per la lettura non consueta, Nuove terre. Architetture dello scarto (Quodlibet Studio 2011, pp. 204, euro 20) il libro di Sara Marini, presentato nel giugno passato al Festival Internazionale di Architettura di Perugia. Un libro nel quale si sottolinea la necessità di riacquistare alla comunità il Bene per un certo tempo alienato. Ma che soprattutto invita, prima di trovare le soluzioni per reintegrarli alla città, ad “imparare a guardarli. Rendersi conto che ci sono, e scoprire come sono stati riempiti … Da lì deve partire la nostra riflessione per migliorarli”.
Un elemento necessario. L’osservazione ora. Nel momento del suo degrado. Da qui ripartire per ricucire la struttura, il complesso al suo intorno.
La nostra spina nel fianco sono senza dubbio le periferie. Ma anche le aree centrali non sono immuni da problemi da abbandono e quindi non utilizzo. Il problema italiano sono, è vero, le tante Scampia, disseminate qua e là. Realtà nelle quali l’abusivismo ha spesso disegnato strade e piazze. Non soltanto edifici. In questi agglomerati che nulla hanno dei segni distintivi della civitas l’impegno di amministratori e architetti dovrebbe moltiplicarsi. Attraverso riqualificazioni imperniate su idee semplici ma efficaci. Tese a ristabilire un equilibrio perduto. Senza dimenticare le zone industriali. Il portato dello sviluppo aggressivo che si è avuto dal 1950 al 1980. Cubature enormi, un tempo al servizio della crescita industriale del Paese. Da tempo, ingombranti scheletri senza vita, sui quali sarebbero necessari grandi investimenti.
Ma gli “scarti” sono anche nel cuore delle città. All’interno di centri storici nei quali non di rado sono neppure tanto lontane, straordinarie bellezze ed indegne brutture. E’ qui che l’opera di riciclo urbano si fa più delicata. L’intervento più soggetto a innumerevoli varianti. In questi ambiti la “ricucitura” deve realizzarsi soltanto dopo “aver imparato ad osservare”. Concretezze ed utopia divengono, entrambe, essenziali per ri-costruire i “vecchi” spazi.
L’Italia non è il Venezuela. Roma, come Milano, come Napoli e come tantissime altre città italiane non sono la Caracas della Torre de David. Il grattacielo iniziato nel 1994 e rimasto incompiuto. Completato dagli occupanti. Simbolo, per certi versi, di un’invasione creativa. Siamo lontani in queste nostre città, finanche nelle periferie, dalle favelas di San Paolo e dagli slum di Tijuana. Ma è più che evidente che molti dei nostri centri urbani appaiono inadeguati, inefficienti e inquinati. Le zone d’ombra, gli “scarti”, che in maniera differente li contraddistinguono, sono realtà. Da accettare. Sui quali intervenire. Capendo che il nuovo, il “segno distintivo”, vera ossessione per tanti progettisti, si può realizzare dando un’altra vita al “vecchio”. Perché l’architettura può svolgere pienamente il suo ruolo senza essere dirompente. Limitandosi a riorganizzare le singole particelle.
Nella società che muta rapidamente, dismettendo i vecchi attori e facendone emergere di nuovi, le città saranno sempre più un parametro a cui guardare. Una bussola per orientarsi. Per Tutti.

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