Giulia Valsecchi
Cineteatrora
13 Novembre Nov 2012 1602 13 novembre 2012

Il dramma non è mai cieco e non è una questione di generi

Finché c’è speranza, si potrebbe continuare a ripetere senza darsi un termine. Ma un confine esiste, un limite d’affaccio dove almeno il teatro si affranca dallo scandalo facile e bieco. A questa difficoltà concreta, perché depositata sul filo del tabù, il festival Illecite visioni - unico festival teatrale milanese a tematica GLBT ospite presso il Teatro Filodrammatici dal 9 al 12 novembre scorso - ha risposto con una concentrazione di drammi dall’intrico spesso doppio.

Penso all’apertura con Cuore nero di Fortunato Calvino, una vicenda di rimbalzi verbali e fisici emissari di morte. Due giovani malavitosi e amanti si confessano in un silenzio che è tutto per difendersi dal clan e dalla desolazione del quartiere. La seconda pelle della criminalità nega loro una dichiarazione che solo la Rossa, la prostituta con cui condividono ritrovi segreti in una chiesa sconsacrata, conosce e promette di difendere. Tommaso e Pietro sono i nomi di un generico che si scorpora dalle menzioni arcinote di Gomorra, sono l’uno la fattezza pericolosa dell’altro, la minaccia che si autopunisce perché i reati costringono a fuggire dall’unico luogo che dava protezione e sicurezza.

La vera tragedia è nel corpo a corpo di un’attrazione condannata, nell’unica occasione concessa alla Rossa di cambiare città con un cliente che le ha giurato amore eterno. Perché della vita non si mai cosa può restare davvero, ma il rispetto del crimine straccia anche la sola relazione pulita di due che si vedono già sottoterra con una pallottola in bocca per mano della gente “scorpione”. Di Tommaso e Pietro la scrittura non nega certo il vizio e il sangue, li osserva mentre sniffano e vantano prodezze assassine per guadagni da parvenu. Ma se c’è una salvezza, è in quell’anima nera dell’uno che darebbe la vita per l’altro, un bene che non si può sprecare per niente.

Fortunato Calvino inscena un punto senza ritorno, basterebbe un cenno a scadere nel melodrammatico che il dialetto napoletano stringe alle cosce di qualsiasi pronuncia. Ma nel finale di due rose al posto dei carnefici amanti e vittime c’è la doppia scelta di comprendere anche il mostro più infame. All’orrore si possono poi invertire i connotati. Si possono rovesciare contesti, date e protagonisti, come nel soffocante, Quelle due (ovvero la calunnia) di Lilian Hellman, per l’adattamento e regia di Luciano Melchionna.

Karen e Martha hanno risparmiato per anni per offrire un collegio di formazione alle ragazzine del New England, eppure, basta una punizione più giustificata delle altre per innescare in Mary, l’allieva bugiarda, un progetto di distruzione morale. Il suo bisbiglio insistente nell’orecchio della nonna diffonde la notizia che tra le due signorine esista da tempo una relazione “anormale”, parola presa in prestito dalla zia di Martha che in segreto accusa la nipote dello stesso abominio. Il delirio è breve, il processo per calunnia un fallimento e l’isolamento delle due donne uno stato di immobilità che logora e conduce Karen a rinunciare al proprio matrimonio e Martha - una bravissima Lucia Mascino - a dichiararsi per davvero dopo essere passata attraverso maldicenze efferate. Non c’è sparo più crudele allora di quello della stessa Martha rifiutata dall’amica-sorella, una rinuncia ad attendere la verità.

Melchionna dispone i propri attori in proscenio seduti cavalcioni e con lo sguardo fisso. Pochi i movimenti e una sola voce narrante, una violinista sul cui abito sono proiettate le immagini di una pellicola di William Wyler. Lo scarto dei corpi esecutori del dramma scompone la schiera solo alla fine, quando Karen decide di abbandonare tutto dopo aver seppellito Martha. Da quella fuga, necessaria a riabilitarsi da una inesistente e “peccaminosa relazione”, si sollevano definizioni che oggi gettano al massacro chiunque si conceda una libertà di diritto. La stessa che fa dire che certe perversioni vanno curate e dagli anni Trenta della Hellman non ha visto ritirare dai linguaggi globali le gerarchie di normalità.

Illecite visioni è allora più che mai un progetto fortemente voluto - e premiato per affluenza di pubblico - dalla coerenza qualitativa e sapiente della direzione di Mario Cervio Gualersi. Una sola regola su tutte: a teatro non esistono coincidenze fortuite, ma patti di civiltà.

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