Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
13 Novembre Nov 2012 1101 13 novembre 2012

La primavera tardiva di Castrovillari

C’è anche una Calabria che funziona. Al di là degli scandali, del consiglio comunale sciolto per ’ndrangheta, al di là del mare inquinato e dei mille cantieri incompiuti, ci sono alcuni – testardi, caparbi, orgogliosi, o semplicemente bravi – che continuano a fare cose belle. È il caso del piccolo festival “Primavera dei Teatri”, da sempre dedicato al miglior teatro nazionale e in particolare a quello del Sud Italia. Ha una storia più che decennale alle spalle: e, nonostante l’ottusità di tanta politica (più volte ha rischiato di chiudere), questa coraggiosa manifestazione va avanti. Quest’anno, poi, la primavera è arrivata in autunno: per alcune beghe burocratiche, il Festival si è fatto – e per pochi giorni – solo a inizi novembre anziché, come d’abitudine, a maggio.
Ma è stata, comunque, una “fioritura tardiva” che ha mostrato gemme artistiche e novità collaterali interessanti. Castrovillari è un bel paese: con la montagna alle spalle, con qualche traccia di un passato anche nobile, è dolcemente diviso tra memorie contadine e aperture al mondo che si devono, soprattutto, a una generazione di giovani che ha voglia di pensare (e di costruire) un futuro diverso. Come, ad esempio, quelli della “Sartoria” – evento collaterale e indipendente, rispetto al Festival “Primavera dei teatri”, ma di cui vale la pena parlare subito. Un manipolo di ragazzi e ragazze, vivacissimi, creativi e ironici, hanno invaso i vicoli del centro storico, rispolverando e trasformando garage o androni, stanze abbandonate o terrazzine. Illuminato da candele romantiche, o da lucine di natale, da neon o da video, il gruppo della "Sartoria" ha saputo colorare la notte del dopofestival, offrendo cibi e vini (rigorosamente a chilometro zero), ma anche intuizioni, immagini, prospettive, parole. E soprattutto offrendo un clima di accoglienza e condivisione che è traccia fondante di cultura possibile.
Ma un Festival, si sa, è soprattutto spettacolo. E “Primavera dei teatri” – sempre con la direzione abile di Saverio La Ruina e Dario De Luca, e con l’imprescindibile apporto organizzativo di Settimio Pisano –, ha fornito uno spaccato eclatante della nuova teatralità contemporanea. Quel che sembra fare da filo conduttore è la “parola”. “Scelta facile!” si dirà, visto che di teatro stiamo trattando. Ma non è così: perché in questi spettacoli si sancisse, definitivamente, l’accantonamento dell’estetica fine a se stessa, e si recupera – a volte in modo confuso o velleitario, altre energico e efficace – una voglia di “dire”, aspra e spesso politica, che porta a fare i conti con la realtà. Al centro di questi lavori è, spesso, l’Io, il soggetto. Che sia confuso e smarrito, oppure socialmente vivo, si tratta comunque di un Io che si rapporta al proprio tempo e alla memoria, che si espone e si impegna. Come avviene, ad esempio, nel travolgente La merda, di Cristian Ceresoli, ottimamente interpretato da Silvia Gallerano. Monologo aspro e fastidioso (premiato pure a Edimburgo) piccolo caso nel panorama italiano, La merda altro non è che un candido e virulento flusso di coscienza di una donna alle prese con l’Italia di oggi e con la memoria del padre, vittima di un corpo considerato brutto, con l’ansia di apparire piu che di essere. Spaccato amaro della condizione italiana, di un Paese per troppo a lungo allo sbando, dove le Olgettine, tanto per dirne una, sono diventate un modello sociale. Durante il lavoro, devo ammettere, sembravo annoiato: sempre le solite cose mi dicevo: denunce già sentite mille volte. Eppure un sottile – e poi crescente – senso di disagio si è impadronito di me, e non mi ha ancora lasciato.
Ma di identità si parla anche nel bellissimo e toccante Italianesi, scritto e interpretato dallo stesso La Ruina, che indaga la memoria degli italiani rimasti prigionieri in Albania dopo la Seconda guerra mondiale. Una tragedia dimenticata, amara, scomoda, che La Ruina racconta con garbo, quasi in intimità, nella sua bella cadenza calabrese. Lo spettacolo è commovente, delicato, leggero e aspro come una storia d’amore. Svela un mondo, delle vite di cui si sapeva poco e nulla: troppo “albanesi” per stare in Italia, troppo “italiani” (e quindi “fascisti”) per stare in Albania.
D’amore e di altre iniquità parla Porco Mondo: fotografia di uno spaccato umano in terra di Brianza, tra piccole perversioni e agghiaccianti abitudini, di una coppia all’ennesimo scontro, svelata in flagranza di autodistruzione. Lei mogliettina sopra le righe, a imitar Marylin per salvare il salvabile; lui che sfoga in una pedofilia web la sua noia. In un crescendo di grottesco, Porco Mondo, della giovane compagnia Biancofango, evoca le marginalità metropolitane care a Danio Manfredini, ingobbite da una vita che scorre inesorabile. Bravissimi, in scena Aida Talliente e Andrea Trapani, diretti con mano sicura da Francesca Macrì. E sono squassate e perse anche le identità raccontate dal progetto Manufatti Artigiani del gruppo Costa/Arkadis: una serie di piccoli monologhi che attraversano la banalità (e l’impossibilità) del lavorare. Sono quadri ironici e feroci che mettono in scena, con distacco metafisico, la fatica del sopravvivere declinata in diversi mestieri: dalla guida turistica (che immaginiamo plurilaureata e che deve inventarsi storie e visioni) alla memorabile ora di un docente alle prese con tutte le materie, fotografia veritiera, e divertentissima, del declino della scuola pubblica.
Ancora un lavoro di cui vale la pena parlare: il surreale, intellettuale, metateatrale gioco di Chiusigliocchi, di Oscar De Summa. Gioco attorale raffinato, macchina verbale in azione, confronto dialettico tra 4 attori-entità, personaggi o persone che siano, alle prese con invenzioni, ricordi probabili, sogni impossibili, aspirazioni e frustrazioni, intervallati da una voce fuori campo che sciorina versi emertici e aspri. Ancora da mettere a punto, lo spettacolo, specie nel finale, ma è una vertigine che avvolge: e schiaccia.

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