Vittorino Ferla
La Luna storta
14 Novembre Nov 2012 1541 14 novembre 2012

La prima riforma da fare? Date più asili ai nostri bambini

Mentre le pagine dei giornali rimbombano di spread, fiscal compact, deficit spending, spending review, fiscal cliff, e via elencando, arriva ogni tanto qualche notizia dal mondo reale. Quel mondo dove vivono le famiglie, i cittadini, le persone.

Il recente dossier a cura dell’Osservatorio prezzi & tariffe di Cittadinanzattiva sull’offerta di asili nido comunali ci dice che le strutture sono diffuse nel territorio in maniera ancora troppo difforme. Gli obiettivi europei, poi, sono lontanissimi.

Le strutture comunali in Italia sono più di 3.600 e soddisfano circa 147mila richieste di iscrizione. Ancora insufficienti, perché i genitori di un bambino su quattro (il 23,5 per cento) restano in lista d’attesa e sono costretti a rivolgersi altrove. Il servizio è garantito in meno di un quinto dei comuni italiani.

L’offerta più cospicua si concentra al Nord dove si localizza il 60 per cento delle strutture. A distinguersi sono in particolare la Lombardia (quasi 800 nidi) e l’Emilia Romagna (oltre 600), seguite da Toscana, Lazio e Piemonte. Nel Sud, tanto per cambiare, si trova appena il 13 per cento delle strutture.

Ma se si guarda al grado di copertura della potenziale utenza la situazione peggiora: il rapporto tra i posti disponibili e il numero di bambini 0-3 anni è pari in Italia al 13,3 per cento considerando l’offerta nei comuni capoluogo. Ad avvicinarsi di più all’obiettivo posto dall’Agenda di Lisbona e dal Consiglio d’Europa (il 33 per cento entro il 2010) è infatti l’Emilia Romagna: nella regione i nidi comunali (considerando quelli a gestione diretta, le strutture convenzionate, a gestione esternalizzata o mista) toccano il massimo del 20 per cento; seguono Lazio (19,6 per cento), Trentino Alto Adige e Lombardia (sopra il 17 per cento).

La regione messa peggio è la Calabria (con appena l’1,5 per cento) ma anche Molise, Campania e Sicilia non raggiungono il 5 per cento (si veda il grafico in pagina). “Ancora oggi manca in Italia un sistema di servizi per l’infanzia equamente diffuso e accessibile su tutto il territorio – commenta Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva – così come mancano adeguate agevolazioni fiscali a sostegno dei nuclei familiari con bambini piccoli”. Gli asili nido sono uno strumento per garantire un sostegno all’occupazione femminile e al tasso di natalità. L’impatto economico è enorme, perché senza il lavoro delle donne e dei giovani il paese non potrà reggere i costi del welfare per la popolazione anziana che aumenta ogni anno. In più, gli asili nido sono una base fondamentale per l’emancipazione di una fetta enorme della popolazione: le donne, le quali, a causa di un ritardo culturale e politico enorme , sono ancora in attesa di esprimere in questo paese tutto il loro potenziale e di vivere davvero i propri diritti.

Ultima questione è quella dei costi per la famiglia, in un paese in cui davvero siamo alla frutta. Gli asili nido comunali rientrano tra i servizi a domanda individuale resi del comune su specifica richiesta dell’utente e il livello minimo di integrazione da parte delle famiglie si aggira sul 50 per cento dei costi: minori sono le risorse sui cui può contare l’ente locale, maggiore è l’intervento a carico dei genitori. Come spiega Cittadinanzattiva, una famiglia media italiana spende 302 euro al mese per mandare il proprio figlio all’asilo (con frequenza a tempo pieno, 9 ore al giorno per cinque giorni la settimana). Nel confronto territoriale la regione più economica risulta la Calabria (114 euro) e quella più costosa la Lombardia (403 euro).

La riduzione delle risorse a disposizione degli enti locali e la rigidità del patto di stabilità non aiutano a far ripartire gli investimenti in tal senso. Anzi contribuiscono a tagliare sempre di più le risorse destinate alla spesa sociale. D’altra parte, l’investimento in asili nido si vede soprattutto nel lungo periodo e questo al ceto politico interessa poco perché non è immediatamente traducibile in consenso elettorale. Di questo passo, però, difficilmente riusciremo a colmare il gap nei confronti dell’Europa e centrare la copertura del servizio del 33 per cento già prevista per il 2010.

@vittorioferla

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook