A mente fredda
15 Novembre Nov 2012 1529 15 novembre 2012

Gli insegnanti hanno bisogno di vedersi garantita la dignità. Meritandola

Ancora una volta il mondo dell'insegnamento medio, inferiore e superiore, si trova costretto a vivere varie vicissitudini, tra sistemi di reclutamento dal funzionamento incerto e forse opaco, e proposte di ridefinizione dell'impegno che non tengono alcun conto della specificità professionale del lavoro di insegnanta, come quella, ora ritirata dai provvedimenti in via di approvazione ma che sembra aver stuzzicato le fantasie di molti, di alzare a 24 le ore di lezione. C'è quindi effettivamente bisogno di coniugare un adeguamento delle risorse investite nell'istruzione e nei suoi operatori con pieno recupero della dignità e del ruolo sociale degli insegnanti: ma cosa significa questo al di là dei proclami? Provo a dire la mia, partendo dall'esperienza personale.

Per diversi anni ho fatto il tutor ai corsi di orientamento estivi che la Scuola Normale organizza in varie parti d'Italia per gli studenti del penultimo anno di liceo. Ricordo ancora bene che all'inaugurazione di uno di essi (non è rilevante sapere dove si svolgeva, perché il problema che intendo trattare non è certo locale) venne a portare un indirizzo di saluto anche l'assessore regionale all'Istruzione, il quale espose alcune sue proposte per migliorare la qualità dell'insegnamento nei licei della regione. Mi colpì, in particolare, quella di garantire un premio ai docenti che non utilizzavano, nel corso dell'anno scolastico, tutti i giorni di malattia [qui l'assessore trattenne un risolino, evidentemente conscio del fatto che non sempre dalla malattia erano causate tali assenze], garantendo in tal modo la continuità didattica e l'impegno con gli studenti.

Mi tornò così alla mente il mio quinquennio da studente liceale. Erano altri tempi, il 1993-98. Ma quello che mi era rimasto impresso era un altro spirito di servizio. In tutti e cinque gli anni, l'intero corpo docente della mia classe avrà fatto, in tutto, una trentina di giorni di assenza, e l'unica volta che l'assenza si prolungò in modo tale da rendere necessaria una supplenza fu durante il mio ultimo anno, quando il mio prof. di Latino era finito all'ospedale per un brutto attacco di polmonite che sembrava compromettergli i tessuti polmonari. Ma appena possibile, quando ancora non era in grado di camminare se non per brevi tratti, era tornato, perché avevamo la maturità, e non poteva sospendere troppo a lungo le lezioni senza che poi fosse troppo difficile recuperare l'intero programma.

Questo cosa significa? In primo luogo che, certamente, un adeguamento dei compensi alla delicatezza e alle responsabilità implicite nel ruolo di docente, così come un loro accesso agevolato alle fonti per un aggiornamento culturale e didattico, è urgente, perché l'Italia è piena di professori di liceo dotati di uno spirito di servizio sul quale solo si regge gran parte dell'impalcatura, e questo fatto deve essere riconosciuto. Più in generale, occorre consolidare un ciclo espansivo negli investimenti sulle infrastrutture della conoscenza, chiave rendere realizzabile qualunque ipotesi di riforma. Perché non bisogna nascondersi dietro un dito: se un così grande numero di persone ritiene, sbagliando, che 18 ore di lezione corrispondano a 18 ore di lavoro, forse ciò è dovuto al fatto che nella loro vita si sono trovati tra piedi insegnanti che interpretavano così il loro servizio, e questo dovrebbe essere sufficiente per concludere che il ruolo sociale degli insegnanti potrà cambiare solo a seguito di una profonda revisione della loro selezione, anch'essa non rinviabile.

In effetti resta il fatto che, per le istituzioni preposte al governo della scuola, i casi di frode ai danni dello stato sono così diffusi che si ritiene necessario, per garantire un buon funzionamento degli istituti, si prevede(va) addirittura una spesa aggiuntiva per chi non faceva altro che ciò per cui gli era stato dato un lavoro e uno stipendio.

Quindi, se l'adeguamento non avviene, non è comunque giustificato un impegno a metà. L'alternativa è tra l'adempimento dei propri doveri e le dimissioni. Chi non riesce a scegliere, deve essere aiutato attraverso un allontanamento dai ruoli che lo convinca a cercare un lavoro che lo realizzi appieno, tanto più che la pressione su ogni posto di ruolo da parte di personale preparato e professionale, che il mantenimento a scuola di chi non dimostra l'abnegazione del mio prof. di Latino è un delitto non tanto verso gli studenti, le famiglie e l'intera collettività che gli paga lo stipendio, quanto verso chi per quello stipendio sarebbe disponibile a dare tutto se stesso in un lavoro il quale, per definizione, non ammette in nessun caso un atteggiamento puramente burocratico e "impiegatizio".

Un primo passo, quindi, deve essere quello di riformare le procedure concorsuali, le quali, nate come applicazione del diritto del cittadino all'accesso a tutte le posizioni professionali, troppo spesso da noi assumono il significato opposto, dal momento che l'acquisizione di una cattedra (avvenuta magari per puro caso, magari niente affatto per caso...) rende sostanzialmente inamovibili gli inadeguati, anche perché dalle nostre parti il sacro principio della "libertà d'insegnamento" tutela assai di più la libertà di non insegnare rispetto alla libertà di modulare metodi e contenuti secondo la propria coscienza intellettuale.

In altre parole, un concorso non soddisfa le ragioni per cui è previsto dalla Carta costituzionale se non si fanno salve modalità efficaci (che evidentemente, per quanto presenti sulla carta, ancora non ci sono, se chi va a raccogliere olive nei giorni di malattia non può ricevere quello che merita) di garanzia del principio di correzione degli errori, e tutto questo senza andare a cercare improbabili (e spesso scorretti nel riferimento) modelli "americani", ma fermandosi alle più avanzate realtà dell'Europa continentale. Ma questo obiettivo, se non ci si vuole fermare ai massimi sistemi inconsapevoli (o forse fin troppo consapevoli) che dalle procedure elefantiache da centinaia di migliaia di candidati non potrà mai, per nessuna ragione, venire nulla di buono nel senso qui auspicato, non può che realizzarsi con una maggiore autonomia delle singole sedi nella gestione delle procedure di selezione.

Naturalmente qui si griderà alla "chiamata diretta", porta aperta a ogni forma di raccomandazione. Perché mi pare evidente, basta guardarsi attorno, che i sistemi di reclutamento in ogni campo della pubblica amministrazione che abbiamo inventato in Italia finora sono stati una efficacissima barriera al dilagare di questo malcostume nel paese... Ma io andrei più cauto, perché la composizione di tutele ed elasticità può essere declinata in molti modi e in diverse gradazioni, e perché una seria ripresa della questione dell'autonomia non può che accompagnarsi all'edificazione di una precisa catena di responsabilità.

Quello a cui bisogna puntare, e che sicuramente non si raggiungerà senza una reale soluzione di continuità, è infatti una situazione di maggiore responsabilizzazione di tutti gli attori nella gestione della didattica nei confronti delle loro controparti, se non altro per promuovere comportamenti che rendano meno frustrante la vita dei tanti studenti e docenti capaci di fronte ai continui "non possiamo farci niente" di fronte a rigidità che possono andar bene solo a chi vuole vivere nell'inerzia.

Un percorso del genere, graduale finché si vuole e sottoposto a sperimentazioni che secondo me serviranno a far passare la paura a molti (ad esempio per quanto riguarda un possibile ruolo degli studenti nella valutazione di alcuni aspetti specifici dell'operato di un docente, che in nessun posto del mondo è vincolante come spesso si paventa e che, laddove è stato introdotto, ha portato a risultati più attendibili di quanto solitament eci si immagini), sarà un intervento decisamente più sensato delle soluzioni coreografiche per la premiazione di studenti e insegnanti "dell'anno", ideate (e poi subito rientrate, almeno per ora) apposta per nascondere la polvere sotto il tappeto.

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