Luciano Trincia
Il tornio
16 Novembre Nov 2012 1210 16 novembre 2012

Ma gli Algerini sono razzisti?

Esiste una forma di xenofobia in Algeria verso i migranti che giungono dall’Africa subsahariana? La questione è posta da un’inchiesta pubblicata ieri dal quotidiano algerino in lingua francese El Watan dal titolo «Les Algériens sont-ils racistes?», dove risulta evidente un dato strutturale: gli Algerini non si sentono africani.


La percezione che gli Algerini hanno di loro stessi e degli stranieri, in particolare degli immigrati asiatici e dell’Africa subsahariana, varia naturalmente a seconda del ceto sociale d’appartenenza e della provenienza geografica, ma il dato comune è quello di un’ostilità crescente verso gli stranieri e di un senso di alterità rispetto al resto del Continente. “L’Africa è miseria, guerre, fame. El hamdoulilah (grazie a Dio), noi non abbiamo niente a che fare con tutto ciò”.


Le stime ufficiali parlano di più di 20.000 migranti subsahariani in Algeria, concentrati principalmente nelle città-oasi del Sud, a Ghardaia e a Tamanrasset. Cifre consistenti vengono segnalate anche nell’Ovest del paese, in particolare lungo la frontiera con il Marocco. Da una decina di anni, l’Algeria è diventato un paese di transito delle rotte dell’emigrazione verso l’Europa, ma il 57% dei migranti subsahariani rinuncia all’esperienza migratoria una volta giunti sulla sponda meridionale del Mediterraneo, andando così ad alimentare la quota già consistente degli stranieri nel paese maghrebino. La maggior parte di essi vive come Daniel, un giovane partito dalla Costa d’Avorio, passato per il Burkina Faso e il Niger e giunto infine ad Algeri, dopo un lungo viaggio attraverso il deserto con una carovana tuareg. Una vita di stenti e di privazioni, quella di Daniel ad Algeri, fra dormitori e cantieri di lavoro.

Nel suo articolo di ieri, El Watan investiga la percezione dell’altro nella società algerina contemporanea, dove numerose sono le storie di discriminazioni e diffidenze. “Ma non siete anche voi Africani?”, domanda il giornalista ad alcuni giovani che avevano appena insultato un migrante subsahariano. “Non, nous ne sommes pas Noirs, juste un peu bronzés”, è la risposta del giovane. Episodi del genere sono segnalati anche in altre zone del paese, come a Bab-el-Oued, il quartiere popolare alla periferia di Algeri, dove i termini «kahlouch» (nero in dialetto algerino), «moussekh» (sporco), «nigro» (negro) usati da giovani e adolescenti sono riportati in diversi articoli sul tema, come quello di Slate Afrique dell’agosto scorso dal titolo «Le calvaire des noirs en Algérie». “Ils sont sales, ce sont des bandits qui nous ramènent des maladies et des problèmes”, (sono sporchi, sono dei banditi che portano solo malattie e problemi) è il cliché tipico della banlieue della capitale algerina.

Nonostante la negazione di questa “africanità”, il sociologo Hocine Abdellaoui ritiene – nell’articolo di ieri di El Watan – che “gli Algerini non sono razzisti”.

L’Algérien n’est pas raciste, mais il peut avoir des comportements hostiles qui peuvent paraître racistes. Dans notre imaginaire, l’étranger, c’est le colonisateur venu pour nous exploiter et accaparer nos biens. Lorsque nous étions étudiants, au milieu des années 1970 et que les dirigeants algériens ont invité les étudiants africains à venir en Algérie, il n’y avait plus de place dans les cités universitaires. Nous n’avons pas protesté car nous étions fiers de les accueillir dans notre pays.

Ma dagli anni Settanta molto è cambiato: agli occhi dei migranti subsahariani gli Algerini appaiono xenofobi, aggressivi, scostanti. Noureddine Khaled, il sociologo che ha diretto lo studio presentato ieri sul quotidiano algerino, fa risalire la severità di questi giudizi alla situazione difficile e precaria dei migranti africani, spesso privi di tutela o di carte di permesso.

Quand ils ont la chance de trouver du travail au noir, ils sont exploités et n’ont aucun droit. Ils sont pour la plupart mal logés, mal nourris et harcelés par la police puisqu’ils n’ont pas de titre de séjour en règle. Cette situation explique en grande partie la perception négative qu’ils ont de l’Algérie et des Algériens. Certaines associations font beaucoup d’efforts pour les aider, mais cela restent très insuffisant au regard de l’importance de leurs besoins.

L’articolo di El Watan riporta anche una serie di stereotipi che circolano nella società algerina contemporanea riguardo agli stranieri. “I Cinesi sono considerati dei mangiatori di gatti, gli egiziani divoratori di fave, i Marocchini adepti alla stregoneria, e così via. Gli Algerini prendono così le distanze dallo straniero, incollandogli sopra delle etichette. Il fatto è che gli Algerini hanno un’attitudine ostile al punto che alcuni comportamenti sono davvero al limite del razzismo”, osserva Hocine Abdellaoui.

Il razzismo algerino, reale o supposto che sia, segnala comunque una grave crisi d’identità sulla sponda Sud del Mediterraneo, dove la xenofobia non è diretta verso il mondo occidentale, ma verso i nuovi immigrati dall’Asia e dall’Africa subsahariana. Un’identità combattuta fra un passato coloniale e una modernità che ancora stenta ad affermarsi.

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