The Ghost Writer
16 Novembre Nov 2012 1659 16 novembre 2012

Questo post fa guadagnare soldi a Rondolino ma, si spera, non voti alla Santanchè

L’intervista che Fabrizio Rondolino ha reso a Luca Telese per Pubblico (a mia discolpa avviso che l’ho letta su Dagospia: non compro carta) è una miniera di paradossi. Telese ha ragione a dire che Rondolino fa incazzare, ma bisogna ammettere che si tratta di un moto intestinale che a mente fredda svanisce. Rondolino è uno che pensa a far soldi e che, beato lui, riesce a farli. Non li ruba, non li estorce. Lo chiamano e lo pagano per dire che “il ciuccio vola” e lui lo fa. Punto.
Vi può far schifo, indignare o, come dicevo, incazzare ma è di questo fatto più che lecito che si parla. E l’intervista a Telese, con la quale gli si chiede conto di come possa prestare la sua opera di consulente d’immagine (?) a Daniela Santanché è lì a dimostrarlo.

Per parlarne però tocca fare una piccola premessa. Ovvero bisogna tener presente che il paradosso che muove Rondolino ci riguarda un po’ tutti, perché se Telese – e ora anche io – si occupa della materia, allora la materia esiste ed è giusto che esistano i soldi che Rondolino prende dalla Santanché.
Mi spiego. Qualche anima bella potrebbe immaginare che, una volta esaurito il ciclo di articoli e interviste dedicate all’ingaggio del comunicatore, questi inizi a lavorare per la sua committente. Sbagliato: finite le interviste e gli articoli, Rondolino ha finito il suo lavoro. E tanto sarà stato buono quante più interviste il consulente avrà reso o articoli innescato.
Il paradosso si chiude con l’evidenza che anche Telese e gli altri giornalisti sono pagati, dai rispettivi lettori, per intervistare Rondolino o scriverne, il che realizza la premessa della collettiva colpevolezza che autorizza Rondolino a fare le supercazzole.
E dunque, se io fossi pagato per scrivere di Rondolino, lo farei esattamente come segue.

Pensando a un mercenario, perché è così che Rondolino si autodefinisce, fa una certa impressione notare quanta delusione questi si possa portare dentro. Il nostro racconta di aver perso i suoi ideali nel 1997-1999 quando ha visto fallire il progetto di riforma di D’Alema. Disincanto che, badate, lo ha portato a diventare editorialista del giornale di Berlusconi, ovvero di colui che ha partecipato in modo determinante al fallimento del progetto di riforma di D’Alema.
Lavorare per chi ha provocato la sconfitta dei propri ideali dev’essere significativo, forse perché s’avverte come il feroce contrappasso cui ogni grande passione è destinata nel momento in cui svanisce.
Poi è divenuto fan di Renzi ma pure da questi è stato deluso. Anche se non si capisce come si possa deludere qualcuno che abbia perso i suoi ideali e abbia smesso di credere nella politica.
Ora si fa pagare per dire che la Santanché è simpatica, e questo dà la cifra della cifra, perché immagino che anche chi ha del pelo alto così sullo stomaco non riesca a farlo per quattro soldi.

Ma la più divertente contraddizione di Rondolino si riscontra quando racconta a Telese dei tempi in cui lui, presso D’Alema, lavorava (si presume) per impedire che il manifesto di intenti berlusconiani si realizzasse. Manifesto che però lui ammette di non aver neanche mai letto e che oggi si augura che la Santanché possa realizzare.
Una contraddizione tanto sistematica da dimostrare un’invidiabile coerenza. Che gli vuoi dire a uno che, se gli urli contro, lo pagano di più? Bravo. Solo bravo.

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