Altro Che Sport
19 Novembre Nov 2012 0327 19 novembre 2012

Quei bambini che perdono a basket 206-5, mentre i loro genitori non capiscono

Lo scorso 16 novembre la Gazzetta dello Sport ha pubblicato una lettera in cui si raccontava una partita di basket del torneo under 13 della Provincia di Venezia. Il risultato finale è stato 206-5. Il mittente, Marco Giurizzato, si domandava quanto educativa potesse essere stata una partita del genere, e il vicedirettore della Gazza, Franco Arturi, nella risposta chiedeva alla Federazione di intervenire per evitare il ripetersi di certi episodi.
Sulla Gazzetta online si è aperto il dibattito (qui il link alla pagina) e le risposte sono state unanimi: non si è trattato affatto di uno scempio. Nello sport, dove si insegna la qualità, non si smette di impegnarsi nemmeno se si vince di 200 punti. Parola di sportivi!

Nella sua lettera, Giurizzato metteva in evidenza che «la squadra sconfitta si è formata da poco e quella vincitrice è vivaio di una società militante in serie A e quindi punto di riferimento e raccolta di tutti i migliori talenti della zona». Che è un’informazione interessante, ma non giustifica niente. Il fatto di essere una società di A non significa vincere le partite in automatico. Bisogna giocarle, prima.

Particolarmente fuori senso mi è sembrato l’attacco della risposta di Arturi: «Quel 5-206 non sono riuscito a togliermelo dalla testa dalla prima lettura della sua mail. E ho cominciato a riflettere, come del resto ha fatto giustamente lei, su quali valori contenga. Non ne ho trovato uno. Semmai in questa esecuzione cestistica vedo il senso perverso dell’antisport. Ma prima di volare via sugli astratti discorsi generali, mi immagino i bambini della squadra battuta: chi ha visto in vita sua anche solo mezza partita di basket comprende che un risultato del genere si spiega soltanto con il fatto che i giocatori della squadra più debole non riuscivano nemmeno a effettuare la rimessa, non dico a superare la metà campo. E che i loro avversari li hanno sovrastati braccandoli sistematicamente per 40 minuti, segnando un canestro ogni 15-20 secondi circa. Ma chi ha potuto mai portare avanti questo scempio per più di un’ora? Che stomaco ci vuole per sostenere uno spettacolo del genere inflitto a dodicenni? Mi pare proprio un gigantesco episodio di bullismo legalizzato».

Bullismo legalizzato, dice il vicedirettore. Ma non è stato, invece, rispetto assoluto dell’avversario?
Non smettere di giocare, non fermarsi, insistere ancora sebbene manchino magari pochi secondi alla fine e il vantaggio è già abissale – sono cose che si fanno quando si cerca la qualità, in se stessi e negli altri. Mettersi a giocare in maniera mediocre per non «umiliare» gli avversari è, né più né meno, che infliggere una forma di umiliazione, della peggiore specie. Quello sì sarebbe bullismo. Come se si dicesse all’avversario: «Non vali niente, e quindi non serve che io mi impegni con te».

Di questo tono, peraltro, sono stati anche i commenti dei lettori. Tutta gente che il basket e più in generale lo sport sa cos’è – e lo si capisce da come lo descrivono.
Dopo quella partita veneziana, i ragazzini che hanno perso hanno imparato una cosa: come si può giocare meglio a basket. Se lo fanno quelli delle grandi squadre, lo possono fare tutti. Ok, ci devono mettere più impegno per sopperire a quel po’ di talento in meno che hanno, ma allora...? Chi ha talento lo usi, e faccia vedere a tutti come si fa. Se chi ha talento si ferma per non «infierire», non migliora se stesso e non aiuta nemmeno gli avversari a migliorare se stessi.
Ci vuol poco, insomma, a fare educazione tramite lo sport. Basta dare sempre il meglio che si può.

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