Hic sunt leones
20 Novembre Nov 2012 1150 20 novembre 2012

La democrazia dell’urlo. Grillo: un male italiano che spaventa il mondo.

"Si mise a urlare alla tribuna,

a vomitare ingiurie,

a parlare scoprendosi

in modo scomposto"

Aristotele, parlando di Cleone,

( Athenaion Politeia, 28, 3.)

Questa è la storia di un Paese che si scopre attratto inguaribilmente dai suoi " Cleone", dalla "politica dell'urlo" che smuove i sensi e riscalda i cuori. E' l'epopea del "diritto alla disinformazione", che genera l'ignoranza, da cui la paura per quello che non si comprende, o che in realtà non si vuol capire, dalla quale infine deriva la rabbia per ciò che non si vuole accettare, poichè mancano i quadri logici di riferimento.

Non serve necessariamente rispolverare le pagine fondamentali sul tema della democrazia dei grandi classici greci- mi riferisco in particolare al pensiero di Aristotele, al Pericle tucidideo e prima di lui al Mardonio delle Storie di Erodoto, terminando con l'idea polibiana (influenzata da Aristotele) dell'anaciclosi e della degenerazione dei sistemi politici- per capire la gravità della situazione attuale.

Sono da temere le circostanze nelle quali la coscienza popolare, in presenza di gravi avvenimenti, si aliena dalla concretezza della realtà per cedere la propria voce politica a capi che si fanno sì portatori delle istanze di una componente della cittadinanza, ma che esercitano tale autorità più sulla base del distruggere aprioristicamente che su quella dell'elaborazione di una proposta fondata .

E' in quel preciso momento che il concetto stesso di democrazia, quello liberale moderno, non quello greco carico di forti connotazioni negative, finanche dispregiative, soffre la flessione più forte, arrivando forse al punto di rottura.

Ed è proprio il rischio che sta correndo il Paese che più di ogni altro avrebbe bisogno di riscoprire, nella coscienza dell'opinione pubblica, le ragioni profonde di questo insonne malanimo che porta inevitabilmente a immedesimarsi in figure politiche che fanno della rabbia cittadina il proprio ariete politico.

Beppe Grillo è forse, tra tutti coloro che ricadono mestamente nella categoria di cui sopra, l'homo politicus di cui probabilmente gli italiani dovrebbero diffidare di più, non tanto per la sua intrinseca incapacità di una "politica della misura", quanto per la reale minaccia che egli possa divenire ( forse lo è già divenuto) un male peggiore di quello che professa di voler debellare.

L'invito al “Soldato Blu”, la richiesta fatta alle forze dell'ordine di unirsi alla manifestazione che la settimana scorsa ha riversato migliaia e migliaia di persone, soprattutto, dicono, giovani, per le strade di Roma per protestare contro le politiche di austerity, ha, per vari motivi, una gravità dirompente.

Tramite questa azione Grillo non solo vuole minare, servendosi anche di una citazione cinematografica, banale e riduttiva, il fragile equilibrio tra forze dell'ordine e cittadinanza, uno dei pilastri della democrazia liberale occidentale, ma mira anche, spregiudicatamente, a porsi come “conducator” dei giovani frustrati dalla situazione socio-economica nazionale ed internazionale.

Come si è giunti all'apprezzamento per la rabbia? E' forse questa l'unica manifestazione “politica” in cui la maggioranza dei cittadini si riconosce? Oppure risulta, questo accattivante “ motus” di costernazione popolare, un facile anestetico per l'opinione pubblica?

Sull'immediatezza della rabbia sociale rispetto alla conoscenza della cosa pubblica molto si è detto e scritto. E si è da più parti parlato e affrontato il discorso del demagogo cavalcante l'onda del populismo: persino nella finzione cinematografica di un blockbuster, seppur di rilievo, come “V for Vendetta”, si sviluppa il tema della paura guidata e sfruttata da lungimiranti rappresentanti del popolo. E questo è solo uno dei tanti esempi che vengono in mente quando si affronta l'argomento della dinamiche di manifestazioni di piazza.

Persino l'ampio dibattito sull'origine proletaria delle forze dell'ordine, d'impronta pasoliniana, risulta qui di nessuna utilità innovatrice. Il vero problema non risiede tanto nelle lotte di classe, nello scontro tra gioventù borghese, viziata o meno, e gioventù operaia o simile.

Tale problema non esiste più. Esiste piuttosto l'angosciosa predisposizione italiana al colpo scenico, da prediligere all'argomentazione ragionata, più difficile da comprendere e , soprattutto, da accettare.

L'esperienza politica del pre-Monti ha visto la piena stabilizzazione del concetto di "politica show", del " voto lui che almeno è simpatico", del " l'altro (n.b. Prodi) mi fa addormentare". Ci siamo piano piano omologati al piattume politico, scandito ogni tanto da qualche colpo di scena, finendo per immedesimarci nell'immagine della cittadinanza presa in giro e umilitata dalla classe politica che dovrebbe rappresentare.

Ma, Porcellum o non Porcellum, chi si trova alla Camera dei Deputati, o al Senato, non è alieno dalle nostre scelte. Forse è non ardito dire che chi è là è in fondo la rappresentazione di quello che siamo, in maggioranza, noi.

Sulla demagogia urlata si parla tanto e spesso efficaciamente. Però il problema non è tanto questo, quanto il perchè l'Italiano medio (concetto ripreso ironicamente da Maccio Capatonda) abbia volontariamente abiurato, a un certo momento, la necessità dell'informazione consapevole, del ragionamento misurato.

Non si tratta certo di un elogio della "politica da salotto", o del concetto di " nazione di scienziati", né tantomeno della connotazione negativa, tipicamente greca, del demos ignorante: questi sono tanto lontani dalla realtà sociale quanto lo sono, o dovrebbe esserlo, le urla di Grillo e le sue ingiurie contro i complotti mondiali.

Nessuno nega la difficoltà della situazione attuale. Si comprende come sia molto più rinfrancante per la frustrazione umana lanciarsi in facili slogan quali " Basta tasse", " giù la Casta", "attacchiamo il Parlamento".

Abbiamo smesso in buona parte di pensare, delegando il ragionamento della cosa pubblica a figure come Grillo, per molti versi ancora peggiori rispetto a quelle della classe politica che egli , per noi, vorrebbe abbattere, grazie al nostro " giusto sdegno".

Preoccupiamoci piuttosto di capire perchè pochi giorni dopo l'insediamento di Monti, nel novembre 2011, serpeggiassero già affermazioni quali " l'aristocratico Monti", " l'incomprensibile Monti", "Monti il Lord dell'Iperuranio finanziario". Quest'avversione verso l'eleganza espositiva a supporto della concretezza della proposta, spaventa chi, nel quadro internazionale, ha sempre riconosciuto come tratto costitutivo dell' " Italianità", un'elevata propensione culturale diffusa e, anzi, ricercata.

In tale degenerazione molto, ovviamente, hanno da rimediare i mass media che si sono adeguati anzi tempo alla volontà , sempre più generale, del "panem et circenses" rispetto al desiderio della divulgazione non tanto della cultura in sé e per sé, quanto della "cultura del pensare e dell'apprendere".

Forse, ripercorrendo la storia della Repubblica, una valutazione negativa dovrebbe essere espressa sull' "epoca del Lascia o Raddoppia", dal 1957, di quando ossia gli italiani, e , in primis la classe politica ( si ricordi Giovanni Leone Presidente della Camera in fuga verso casa il giovedì sera), iniziarono lentamente a lasciarsi andare all'inattività da poltrona. Che possa essere stato quello uno dei segnali dell'inizio dell'involuzione italica, di quella " aculturazione " televisiva denunciata qualche anno dopo da Pasolini?

Tornando alla realtà concreta, televisione, radio e, soprattutto, internet, subiscono il fascino della rappresentazione tragica della paura popolare, della necessità generale della semplificazione dei fatti, della loro distorsione addattiva alle nostre pulsioni. E in tali frangenti persone come Grillo si insinuano nelle fragilità emotiva ,e come un potente caffè, attivano l'isteria, vacua, dell'ostilità contro tutto e tutti.

Ma anche Grillo è un prodotto nostro.Sostituendo alla paura del comunismo la rabbia per la crisi economica e l'incapacità politica, si può forse azzardare un confronto tra il senatore del Wisconsin Joseph McCarthy e il politico-comico Grillo, entrambi prodotti dell'ignoranza, ieri americana, oggi italiana.

Tale esercizio logico mi viene in mente riguardando un passaggio dell'efficace e penetrante film " Good Night and good Luck", sulla critica al Maccartismo feroce degli anni Cinquanta in America. Provate a sostituire il senatore americano con il comico Grillo:

" Le azioni del senatore del Wisconsin

hanno causato preoccupazione e sgomento

nei nostri alleati all'estero

e sono state invece di grande conforto per i nostri nemici.

E di chi è la colpa?

Non soltanto sua: non è stato lui a creare questo clima di paura,

lui l'ha solo sfruttato, con un discreto successo, aggiungerei.

Cassio aveva ragione: "La colpa, caro Bruto, non è nelle nostre stelle,

ma in noi stessi".


Buona notte e buona fortuna."

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