Città invisibili
20 Novembre Nov 2012 1440 20 novembre 2012

Roosevelt Island. Il ghetto si trasforma in giardino

New York. Manhattan. Roosevelt Island. Sull’East River davanti alle Nazioni Unite. L’isola per eccellenza dalla quale osservare lo skyline di Midtown. Ora.
A lungo rifugio per disagiati. Nel carcere, nel manicomio e nell’ospedale per malattie infettive. Poi negli anni Settanta il piano regolatore dell’area fu stravolto. Correttamente. Sostituendo carcere e manicomio con edilizia residenziale. Un cambiamento sostanziale che ha iniziato a mutare la storia di questa parte di città. Un inizio che ha avuto il suo esito alla fine del passato ottobre con l’apertura al pubblico del nuovo parco con un monumento alla memoria del presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, disegnato da uno dei più famosi architetti americani, Louis Kahn.
Un progetto quello del Four Freedoms Park terminato addirittura nel 1974, giusto poco prima che l’architetto morisse. E subito approvato. Poi il lungo stallo, dovuto alla grave crisi economica che colpì New York a metà degli anni Settanta. Un lungo oblio dal quale il progetto del parco è uscito grazie ad una mostra sui lavori incompiuti di Kahn. Da quell’evento si è riaccesa la scintilla. Gran merito di questa operazione va ascritto a Gina Pollara, la curatrice di quella mostra e quindi, responsabile della costruzione del monumento. Come sostiene anche l’architetto, Four Freeedom Park è l’espressione di ciò che Kahn considerava architettura allo stato puro. Il parco con le file ordinate di alberi che creano giochi prospettici e illusioni ottiche, rappresenta l’incontro dell’uomo con la natura.
Non agevole per la Pollara e la sua équipe realizzare quel che Kahn aveva progettato. Dare concretezza, materializzare sul terreno, quel che si era descritto sulle tavole del progetto. Lo sforzo di mantenere invariati anche i minimi dettagli sembra essere stato premiato. Come ha certificato anche il New York Times sostenendo che la “Stanza”, il Memoriale al Presidente Roosevelt, con il quale culmina il Four Freedoms Park, sia a tutto gli effetti “il nuovo cuore spirituale della città”.
Il progetto articolato in due elementi principali. Un giardino triangolare lungo come un campo da calcio in leggera pendenza verso la punta dell’isola. E poi la Stanza, massiccia costruzione di granito al vertice del triangolo. Quest’ultima è uno spazio contemplativo, senza soffitto. Fatto di enormi parallelepipedi di pietra separati da fessure e aperto sull’acqua in direzione della baia di New York.
Il nome scelto, Four Freedoms, un richiamo esplicito a Roosevelt, ad un suo discorso pronunciato nel 1941, pochi mesi prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti. Come ha chiarito anche Nathaniel Kahn, nel documentario sull’opera del padre intitolato My Architect.
Il Memoriale un luogo solenne ma non lugubre. Il parco un belvedere privilegiato dal quale ammirare la città dei grattacieli e il Palazzo delle Nazioni Unite. Lo spazio nel quale Roosevelt e Kahn, accomunati da un profondo ottimismo, dialogano tra loro. Politica e Architettura si fondono nell’univoco sogno di un continuo progresso sociale.
Four Freedoms Park si conclude. Rivalutando una delle sponde più trascurate della Grande Mela. Facendo sorgere il suo tassello finale sulla lingua di terra, creata artificialmente. Dall’accumulo delle macerie prodotte dall’abbattimento di quegli edifici che prima del Settanta fecero dell’isola un ghetto. Non nuova l’idea che sul passato cresca meglio il futuro. Ma negli States evidentemente ancora vincente.

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