The Jerk
Bollito duro
21 Novembre Nov 2012 2303 21 novembre 2012

La Chiesa, la sessualità repressa, la mistica del bue e dell’asinello: riflessioni su un cappellano pederasta e sul tabù dei tabù.

A un certo punto, ieri, ho pensato che i Maya l’avessero imbroccata buona; scorrendo le notizie su Corriere.it leggo un uno/due che mi ha fatto pensare che il mondo stesse iniziando ad andare alla rovescia. La prima notizia è stata la cronaca della vicenda di un egiziano che, derubato dal PC da due rumeni, ha deciso in un battibaleno di sequestrare i due e di liberarli dopo il pagamento di 3.000 euro di riscatto. Col risultato che uno dei due rumeni, immagino piagnucolando, ha denunciato la cosa e così il rapitor derubato è finito dentro. Qui ho riso, non c’è storia.

La seconda, invece, è più seria. Si tratta della notizia di un prete, don Alberto Barin, cappellano del carcere milanese di San Vittore, che è stato arrestato - con una significativa mole di prove documentali (video, per intenderci) per “violenza sessuale continuata e pluriaggravata e concussione”. In sostanza il religioso barattava favori con detenuti tra i 22 e i 28 anni - sigarette, shampoo, promesse di metterci una buona parola quando fosse servito - in cambio di prestazioni sessuali.

Due episodi che mi han fatto tornare in mente il bel libro di Allan Guthrie “Dietro le sbarre”, in cui la vittima diventa carnefice. Ma se il primo, come detto, potrebbe essere spunto per un racconto umoristico, il secondo episodio è tragico.

Ed è un fatto duplicemente grave. Primo per lo stupro in sè, sul quale nulla serve aggiungere; secondo per il vergognoso sfruttamento di un potere enorme - morale e materiale - nei confronti di persone che, almeno da un prete, in carcere dovrebbero sperare nella rieducazione. E invece no; insieme alla pena, a sentir quel che ci raccontano, dal cappellano si beccano il pene.
Questa vicenda fa il triste paio con altre vicende, più o meno recenti, di episodi conclamati di pedofilia e aberrazioni sessuali da parte di preti. E a me, da sempre consapevole peccatore inosservante della morale sessuale inculcata da Santa Romana Chiesa, disilluso e ostinato praticante, queste robe fan riflettere.

Perchè sono proprio convinto che la Chiesa Cattolica e gran parte del suo clero abbia una sola grande ossessione: il sesso. Ossia il Tabù dei Tabù. Il regno proibito del piacere e della gioia di cui non si può assolutamente godere con una liberatoria leggerezza. Il peccato originale, altro che mela.
Basta frequentare un po’ l’ambiente con occhi e testa scevri da condizionamenti falsamente moralistici che, in maniera ridondante, rimbomba sempre una ancestrale, irrisolta e repressa "questione sessuale".
Non si tratta del richiamo ai “figli di Dio” a una sessualità responsabile; si tratta di una ossessiva, pervasiva - mi sia consentito il non voluto gioco di parole - volontà di penetrazione nella sfera più intima della vita delle persone, per sancire il prevalente carattere di “peccato” di gran parte di ciò che sta sotto alla categoria del “sesso”. Rapporti prematrimoniali, preliminari, fellatio e cunnilingus, masturbazione: tutte categorie da reprimere. Coi risultati che abbiamo sotto agli occhi di tutti, sia nella società sia, cosa ancor più grave, nella Chiesa stessa.

Episodi come quello del cappellano sono l’ennesima spia - a mio superficiale avviso - della sistematica elusione e repressione di un tema - e di pulsioni - spesso insopprimibili.

Perchè - anzichè occuparsi di quale categoria di peccato sia quello che compiono due fidanzati, innamorati, che scopano prima del matrimonio - non si analizzano le ragioni profonde, ancestrali, oserei dire "sistemiche" di così frequenti devianze nei nostri “pastori”.

Perchè, al posto di discettare in dotte elucubrazioni sulla sconvolgente notizia che “il bue e l’asinello nella grotta non c’erano” (la rivelazione sta nell’ultimo libro del Papa), la Chiesa non si mette a osservare e ad ascoltare molte pecorelle che, non ancora smarrite, sentono l’esigenza di sentire parole di apertura e di comprensione della “vita vera” nella sfera sessuale?

Perchè non aprire davvero una questione radicale anche sull’affettività del clero, visto il ripetersi di episodi che - seppur isolati - sono devastanti per l’immagine e per il corpo stesso della Chiesa?

Sì, sarebbe cosa buona e giusta, per usare un linguaggio evangelico. E forse non saremmo più costretti a sorridere di ghigni amarissimi quando ascoltassimo un cappellano - probabilmente pederasta e ricattatore - che, in recenti interviste televisive, dice “che ci si riconosce in ciascuno di loro“, che si è “bagnati dentro dalle loro storie” e che come “uomo ci si mette in osmosi e in sintonia profonda con queste persone”, dato che col senno del poi ci parrebbero delle inquietanti confessioni.

Burp. Con una sconsolata e mesta pietà.

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